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Come scrivere meglio: taglio e sostanza

Imparare a scrivere meglio significa togliere il superfluo e trovare sostanza nella la propria voce poetica

C’è un momento in cui smetti di aggiungere parole.
Non perché hai finito, ma perché ti accorgi che stavi coprendo qualcosa.
Io ho impiegato anni per vederlo. Le frasi in più non erano generosità verso il lettore, erano paura. Paura che non bastasse a spiegare, che qualcosa andasse perso. Allungavo i testi come si allunga una spiegazione quando l’altro non annuisce.
Poi arriva il momento in cui capisci che il problema non era la quantità, ma il camuffamento verbale che stava sotto.
Perché, se non hai ancora capito dove vuoi arrivare con la tua scrittura, il “parolame” che “usi e sbusi” ti coprono, ti giustificano.

Apperentemente sembrano sostanza, ma sono solo volume, fuffa e tu, a metà del testo, non sai più dove stai andando, solo perché non lo sapevi nemmeno all’inizio.
I versi che mi hanno cambiato finivano prima di dove mi aspettavo. In quello spazio vuoto in quelle poche parole succedeva qualcosa.
Non si tratta di scrivere “corto”. Montale non è grande perché è breve, e D’Annunzio non regge perché è lungo. La misura non è il numero delle righe. È il rapporto tra ciò che resta e ciò che serve.

Un testo può essere minimo o sontuoso, asciutto o esuberante: funziona solo quando ogni parola ha una ragione vera per stare lì.
L’eccesso, quando è forma, regge. Quando è paura, allontana.
La gavetta non è scrivere molto. È scoprire cosa sopravvive al taglio.
Da allora rileggo cercando quello che occupa spazio senza guadagnarselo. Una frase che ripete la precedente. Un aggettivo che non sposta niente. Una chiusura che spiega quello che il testo aveva già fatto sentire.
Quando la trovo, la tolgo.
E quasi sempre, lì sotto, c’è già tutto.

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