Recensioni - Poesie famose

Alda Merini:Corpo, ludibrio grigio

Alda merini in bianco e nero

Corpo, ludibrio grigio
con le tue scarlatte voglie,
fino a quando mi imprigionerai?
anima circonflessa,
circonfusa e incapace,
anima circoncisa,
che fai distesa nel corpo?

(da “La Terra Santa” 1984)

Questa poesia di Alda Merini è brevissima, ma dentro ha un conflitto enorme: quello tra corpo e anima, desiderio e trascendenza, carne e coscienza. E lo fa senza eleganza decorativa. Anzi: quasi con violenza.

Corpo, ludibrio grigio” è un attacco immediato e durissimo. Il corpo non viene descritto come luogo di bellezza o vitalità, ma come qualcosa di degradato, umiliato, quasi una trappola opaca. Quel “grigio” spegne tutto: eros, luce, idealizzazione. Però subito dopo arrivano le “scarlatte voglie”, cioè il desiderio, la pulsione viva, sanguigna, impossibile da cancellare. È un contrasto molto meriniano: da una parte il corpo come peso e vergogna, dall’altra il desiderio che continua a bruciare.

La parte più interessante forse è quella sull’anima:

“anima circonflessa,
circonfusa e incapace”

Qui Alda Merini usa parole quasi liturgiche, colte, persino deformate nel suono. “Circonflessa” richiama un accento, qualcosa di piegato; “circonfusa” suggerisce dispersione, dissolvenza. L’anima non è forte, pura o luminosa: è confusa, impotente, smarrita. E poi arriva il colpo più duro:

“anima circoncisa”

È un’immagine stranissima e fortissima. La circoncisione implica un taglio, una mutilazione simbolica, un’appartenenza sacra ma anche una ferita. L’anima qui sembra privata di qualcosa, segnata.

L’ultima domanda:“che fai distesa nel corpo?”ribalta la tradizione spirituale classica. Non è il corpo a stare dentro l’anima, ma l’anima a giacere nel corpo quasi come una prigioniera stanca. “Distesa” è una parola fondamentale: non combatte nemmeno più, è esausta.

La poesia regge molto bene perché non spiega nulla, non diventa filosofica in modo didascalico, lavora per immagini dense, quasi corporee anche quando parla dello spirito. E soprattutto ha una musicalità interna notevole: tutte quelle ripetizioni di “circon-” creano una specie di litania ossessiva, come se la lingua stessa girasse in tondo dentro la sofferenza.

È una poesia che parla del rapporto tormentato con la carne, ma anche dell’identità femminile, della colpa, della spiritualità e della malattia interiore. In pochi versi riesce a sembrare insieme mistica e carnale, sacra e ferita.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui la Merini continua a colpire: non consola mai davvero, ti lascia dentro la crepa.

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