San Martino è una di quelle poesie che quasi tutti, in un modo o nell’altro, finiscono per amare, ricordare, immaginare.
Forse perché l’hanno imparata a memoria a scuola o forse perchè racconta qualcosa di semplice, immediato, immagini che restano in testa e non vanno più via.S
S.Martino di G.Carducci
La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’ esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
Sembra facile, San Martino.
Sarà il nome di un borgo o di un giorno d’autunno? In realtà, entrambi.
Il titolo rimanda a un momento preciso dell’anno, l’11 novembre, ma quello che si vede è un luogo concreto, vivo e vitale, fatto di case, odori, gesti. Ed è proprio in questo intreccio che la poesia prende forma.
In realtà, sotto quella semplicità, c’è molto di più.
Carducci costruisce una scena concreta, piena di movimento e di materia. Si vede la nebbia e la sentiamo, si sente il maestrale e rabbrividiamo, quasi arriva l’odore acidulo del vino e il profumo spiedi che sfrigolano. Non è un paesaggio fermo, da cartolina. È un mondo vivo, vero attraversato da una tensione continua.
Ed è qui che la poesia comincia ad allargarsi.
Perché San Martino non descrive soltanto un borgo in autunno: mette accanto due dimensioni opposte e necessarie. Da una parte c’è l’esterno, con il vento, il mare, la nebbia, il senso di qualcosa che si muove senza tregua. Dall’altra c’è l’interno, il calore, il vino che ribolle, la vita raccolta attorno a gesti antichi e domestici.
È un contrasto semplicissimo, ma fortissimo.
Fuori c’è l’inquietudine. Dentro c’è il riparo.
E poi arriva il finale, che è il punto in cui la poesia smette di essere solo descrizione e diventa anche pensiero. Gli “stormi d’uccelli neri”, “come esuli pensieri”, non chiudono soltanto il paesaggio: lo trasformano. A quel punto non si stanno più guardando solo colline, mare e campagna. Si sta guardando qualcosa di interiore, una malinconia trattenuta, un movimento della mente che non trova pace.
È forse questo il motivo per cui San Martino continua a piacere così tanto.
Perché parla in modo semplice, ma non è affatto semplice. Dice cose profonde senza alzare la voce. Non cerca effetti grandiosi, non si complica per sembrare importante. Si limita a mettere davanti agli occhi una scena vera, e dentro quella scena lascia passare un sentimento che tutti, in qualche forma, riconoscono.
Piccola considerazione personale.
È incredibile come questo testo riesca a creare un ponte immaginario tra un mondo antico che parte dai primi del Novecento e l’infanzia scolastica di chiunque lo abbia letto o imparato a memoria.