C’è qualcosa di singolare nel panorama letterario contemporaneo, mai come oggi tante persone hanno scritto, mai come oggi tante persone si sono definite scrittori, mai come oggi è stato così facile pubblicare una poesia, un racconto, un pensiero notturno, una riflessione esistenziale o una raccolta di aforismi sulla malinconia delle piante grasse.
Eppure, nello stesso momento, sembra diventato sempre più difficile trovare qualcuno disposto a leggere davvero. Non stiamo parlando di scorrere un testo con l’indice, stiamo parlando di leggere, di fermarsi, di prestare attenzione.
Per secoli la scrittura è stata considerata un punto d’arrivo, si leggeva molto, si imparava, si sbagliava, si ricominciava, e poi, forse, si scriveva. Oggi capita talvolta il contrario: prima arriva il profilo autore, poi la biografia, poi la pagina Facebook con la foto in bianco e nero con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, poi la raccolta. La lettura, se c’è, arriva più tardi.
Molti aspiranti autori scrivono con sincerità. Scrivono di amori, perdite, paure, ricordi, mettono sulla pagina qualcosa che sentono davvero, e questo è rispettabile. Il problema è che la sincerità non basta. Una madre può commuoversi per ore davanti alla fotografia del proprio figlio, mentre uno sconosciuto la guarderà per pochi secondi, e la differenza non è nella fotografia, è nel legame.
Lo stesso accade con la scrittura: chi scrive conosce ogni dettaglio della propria storia, del proprio amore o dolore, di cio che ha generato quel verso, quelle parole, il volto che si nasconde dietro un nome, il motivo per cui una parola è stata scelta al posto di un’altra. Il lettore no, il lettore vede soltanto il testo, e il testo deve fare tutto il lavoro.
Scrivere con il cuore è una cosa bellissima, ma è il cuore dell’autore, non quello del lettore. Il lettore va conquistato, non con effetti speciali né con le frasi a effetto, ma con qualcosa che riesca a parlare anche a chi quella vita non l’ha vissuta. Ed è forse proprio qui che nasce il grande equivoco dei nostri tempi: molti pensano che l‘intensità dell’emozione garantisca l’interesse del testo, ma non è così. La letteratura non è una radiografia dell’anima, è una forma di comunicazione, e comunicare significa uscire da se stessi, significa costruire un ponte.
Per farlo serve una cosa che sembra passata di moda: leggere.
Nessuno si stupirebbe davanti a un musicista che ascolta musica ogni giorno, nessuno si meraviglierebbe di un pittore che visita musei o di un cuoco che assaggia i piatti degli altri. In letteratura, invece, capita di incontrare persone che desiderano essere lette molto più di quanto desiderino leggere, e questa è forse la contraddizione più curiosa della nostra epoca.
Viviamo nel periodo storico con il maggior numero di scrittori della storia. Resta soltanto una domanda: chi leggerà tutti gli altri?
Il caso Garlasco e la Tv che prende posizione.
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