Ti insegnano presto
a diventare indispensabile
come una luce accesa
che nessuno sa spegnere.
Impari a rispondere prima
che qualcuno finisca la domanda,
a trovare soluzioni
anche per problemi che non sono tuoi.
Ti cercano quando serve
e spariscono quando è tutto stabile,
come se la tua esistenza
fosse una funzione,
non una presenza.
Cresci con l’idea
che valere
significhi essere utile.
E allora resti.
Resti anche quando non sei vista,
resti anche quando sei stanca,
resti perché qualcuno
deve pur tenere insieme le cose.
Ma nessuno ti ha detto
che prima o poi
diventi indispensabile anche per te stessa.
E quando provi a non esserlo
– anche solo per un attimo –
il mondo vacilla
come se stessi mancando
a un contratto mai firmato.
Così impari una cosa nuova:
che non sei stata tu
a renderti necessaria.
Sei stata allenata.
E forse
puoi anche disimpararlo…



3 Comments
Quinzioatta
In ogni singola affermazione riconosco chiaramente il ritratto di alcune donne protagoniste della mia crescita.
Inconsapevoli di come, molto prima di quanto possano credere, io abbia iniziato a soffrire del loro rassegnarsi a non poter fare per sé stesse ciò che resta dopo il “forse”.
Alma Gjini
“Ciò che resta dopo il forse” è una di quelle espressioni che sembrano trovare da sole la strada.
Mi ha commossa perché contiene molte delle donne che ho conosciuto anch’io: donne capaci di tenere insieme il mondo, ma non sempre autorizzate a immaginare cosa sarebbe rimasto per loro dall’altra parte del dovere.
Grazie. Per questo sguardo e per questa frase, che mi sembra una poesia dentro un commento.
Quinzioatta
Ho speso fiumi di parole negli anni per tentare di spiegare e raccontare ad altri il sentimento di profonda ingiustizia che provavo già da ragazzino riguardo a quella rassegnazione, a quell’immolarsi esattamente perché “qualcuno deve pur tenere insieme le cose”.
Non eccedo neanche di un pelino perciò, se confermo che in ogni frase e in ogni singola parola scelta trovo una fotografia di quelle donne che ne definisce ogni lineamento.
Quelle parole mi fanno perdere la pazienza proprio perché, per passare “dall’altra parte del dovere”, fossi stato in loro avrei attraversato anche un fiume in piena.
Crescendo e maturando ho avuto però la possibilità di riflettere su quanto non sia scontato dire che silenzio, mancate reazioni & affini fanno necessariamente il paio con mancanza di coraggio e dignità come in un’equazione.
Se in alcune situazioni riesco a mordermi le labbra o contare fino a dieci, forse è anche grazie all’esempio di queste donne, fatto di gesti e di comportamenti privi di parole non certo per vigliaccheria.
Ed è anche quel conflitto con le loro scelte che fa di me quello che sono. Che mi ha reso cosciente di quanto comprendere voglia dire fermarsi prima di scegliere. Misurare con cura la distanza che intercorre tra ciò che può essere tollerabile per un preciso significato (e non perché ci si debba rassegnare ad essere “funzione” e non “presenza”) e ciò che non deve esserlo. Dipanare la matassa per poter definire meglio i connotati anche di una rivoluzione necessaria.
Resta il fatto che mi infastidiscono e per questo quelle parole sono vere in modo crudo e cristallino.
Rammentano degli occhi, delle teste basse, dei parlare sottovoce.
Quindi sono nelle viscere di chi le ha subite.
E di chi le ha vissute osservando quel linguaggio del corpo.
Grazie Alma, mi permetterò di usare “Indispensabile” come un manifesto.
Andrea