Triplonio e il magazzino bare
Narrativa

De Bara Clausa et Manuscripto Invento.

Il magazzino della Repos Mortuorum odorava di legno vecchio, naftalina e muffa di prima classe. Un odore così denso che, respirandolo troppo a lungo, si rischiava di ricordare funerali del 1973 ai quali  ai non si era mai partecipato.

La bara numero sette, in noce nazionale modello “Riposo Eterno Standard B”, ritirata in conto permuta contro una lapide con cherubino optional e portafiori cromato, stava nell’angolo in fondo leggermente inclinata, come se meditasse sulla caducità del cliente.

Triplonio, becchino certificato e ultimo dei De Funebris, si fermò davanti al coperchio fissandolo con sospetto.
“Chissà se c’è ancora l’ospite dentro.” disse ad alta voce.
Igor, come sempre era alle sue spalle, immobile come una condanna medievale.

Non disse nulla. Sollevò la mannaia e sferrò tre colpi secchi, precisi, amministrativi.

Il coperchio cedette con uno schianto che fece cadere due cartellini dei prezzi, una cornice con San Lazzaro e un ragno anziano che viveva lì probabilmente dal Concilio di Trento.

Un polverone enorme si sollevò nella stanza, denso come le nebbie di Novembre al camposanto.
Triplonio imprecò in tre lingue, di cui una inventata sul momento e una probabilmente parlata solo da monaci muti sulle montagne armene.

Quando la foschia si diradò, dentro la bara non c’era nessun alcun ospite, solo un plico di fogli gialli, lisi, rosicchiati agli angoli con metodo quasi accademico, come se i topi avessero stabilito un piano di lettura e lo avessero rispettato fino al capitolo quattro, dopodiché avessero convenuto che la sofferenza poteva bastare.

Sul frontespizio, in corsivo elaborato, lesse:
Exith.
Di Otton de Saint-Champagne.
Autore: Asusf Bin Tuf.
Silenzio.

Un silenzio così pesante che perfino Igor inclinò la testa di mezzo grado, gesto che nella famiglia De Funebris equivaleva a un collasso emotivo.
Igor, guarda…”
Igor annuì lentamente, con l’espressione di chi aveva già visto cose peggiori nei loculi abusivi del settore nord.
Triplonio, notoriamente curioso come una capra cresciuta nei monasteri bizantini, si sedette sul bordo della bara sfondata, prese in mano uno dei fogli  e cominciò a leggere.

Il Capitolo Primo si apriva con un medico che tagliava un cordone ombelicale e, nel giro di mezza pagina, riusciva già a evocare Gesù, Hitler, l’uroboro, il Premio Nobel, l’energia cosmica e una misteriosa ferita vibratoria dell’universo”.

Al Capitolo Tre l’autore dichiarava di essere stato “compreso soltanto da tre persone viventi e due entità superiori”.
Al Capitolo Cinque compariva una prefazione dell’autore stesso alla prefazione dell’autore stesso.

Al Capitolo Sette spiegava di non aver bisogno di maestri né discendenti, essendo lui stesso  “l’incarnazione biologica della fonte della vita”.
Al Capitolo Nove compariva una frase in latino talmente sgrammaticata che perfino il crocifisso appeso al muro sembrò inclinarsi per il disagio.

Al Capitolo Dodici Triplonio si fermò.
Posò i fogli sulle ginocchia e fissò il soffitto per un tempo geologicamente significativo.
Il problema era uno solo. Otton de Saint-Champagne, alias Asusf Bin Tuf, si autoelogiava sul serio. Con convinzione, senza ironia e senza rete.

Con la cieca sicurezza di chi non aveva mai avuto un dubbio in vita propria, nemmeno di giovedì, nemmeno dopo il vino cotto di nonna Triplonia, nemmeno davanti a una porta con scritto “tirare”.
Questo qui era semplicemente un santone in piena ascesi egonica.
Il che, letterariamente parlando, era imperdonabile.
Nonna Triplonia apparve sulla soglia trascinando il suo tripode da passeggio come un antico strumento di guerra.

Vide la bara sfondata.
Vide Igor.
Vide i fogli.
Poi vide Triplonio seduto sui rottami con la faccia di chi aveva appena letto settanta pagine di metafore sulle aquile interiori.
Cosa stai leggendo, sfaticato?
Otton de Saint-Champagne.
Chi?
Asusf Bin Tuf.
Pausa.
Triplonia de Funebris socchiuse gli occhi visibilmente irritata..
“Stultorum infinitus est numerus.
Poi sputò in un angolo, fece il segno della croce in greco antico e sparì nel corridoio.
Quella notte, sul forum dei becchini certificati “Funeria”, Triplonio pubblicò un epitaffio anonimo:

Qui, nel glorioso deposito della Repos Mortuorum, giace colui che fu oltre il tempo, oltre lo spazio e oltre la punteggiatura.
Tentò di spiegare l’universo in centosettanta capitoli.
I topi si arresero al quinto.”

Sotto comparvero quarantadue commenti, tre minacce legali e un utente di Pordenone che scrisse soltanto:
Capolavoro incompreso.”
Una nuova famigliola di topi, nel frattempo, avevano ripreso a rosicchiare dal Capitolo Sette e otto.
Senza entusiasmo ma con disciplina.
Asusf Bin Tuf, si dice, stava già lavorando al secondo estratto.
Centosettantotto capitoli.
La bara è ancora lì.
Ogni tanto, nelle notti molto umide, dal coperchio proviene un lieve fruscio.
Non è il vento. Non sono i topi.
È lo spirito dell’autore che corregge la prefazione della prefazione.

 

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