Nelle Highlands il vento trascorreva più tempo ad arruffare la lana delle greggi che a concedere tregua agli uomini e la torba custodiva il gelo di inverni che nessuno sapeva più battezzare.
Lì viveva Mairenn. La sua capanna sorgeva a ridosso di una sponda d’acqua scura, stretta tra due speroni di roccia nera che i vecchi del villaggio guardavano con rispetto, perché si diceva che proprio in quel punto il velo tra i mondi si facesse sottile come la pelle di un uovo e che la magia si chinasse ad ascoltare i desideri dei mortali.
Mairenn amava Ewan da stagioni intere. Ma Ewan possedeva la cocciutaggine di quelle terre e la distrazione tipica di chi non si accorge di essere amato; perciò continuava a consumare gli occhi dietro a Fiona, una ragazza allegra e chiacchierona.
Così, una sera di nebbia fitta, Mairenn scese sulle sponde del lago stringendo a sé un cesto di erbe che la guaritrice del villaggio le aveva venduto in cambio di due oche e tre delle sue galline migliori.
Pronunciò antiche formule in gaelico, parole ruvide che le scaldarono la gola, lanciando una manciata di erbe nell’acqua.
«Éist rium, a thùir dhomhain. Tha mi ag iarraidh a ghràdh.»
Ascoltami, profondità. Voglio il suo amore.
Poi attese che l’acqua facesse la sua parte.
Il lago, che era lì da millenni e aveva inghiottito abbastanza giuramenti, lacrime e passioni da non considerarli più un evento straordinario, si prese le erbe e i sussurri senza ringraziare.
Per un lungo istante non accadde nulla, poi un’onda si sollevò dal nulla e si infranse sulla sua zazzera rossa con una precisione quasi offensiva, lasciandole i capelli incollati alla fronte. L’acqua limacciosa le scivolò lungo il collo fino alle scarpe mentre un viscido e nero filo d’alga si accasò sull’orecchio.
Mairenn restò immobile, rigida, infreddolita prima di esplodere in una sequela di imprecazioni gaeliche contro quella massa d’acqua irrispettosa.
«Dè tha ceàrr ort, a sheann amadan?»
Ma che diamine ti prende, vecchio rimbambito?
Le avevano promesso magia, spiriti e prodigi; si ritrovava inzuppata, mezza congelata, con metà del filtro d’amore perduto e una cornamusa lamentosa in lontananza.
Fu allora che il lago rispose. Non con un tuono, ma con una brezza che le aggrovigliò la gonna e fece vibrare l’erica selvatica. Il vento portava frammenti di parole, un’eco che sembrava nascere dalle montagne e che, per un istante, assunsero la forma di una frase.
«Chan fhaodar gràdh a ghoid.»
L’amore non si può rubare.
Poi il vento proseguì, portando con sé un’eco più chiaro…
Sciocca zazzera rossa figlia della terra, l’amore non si raccoglie, non si compra, l’amore si sceglie.
Mairenn non fece in tempo a percepire quella fredda verità che una nuova raffica più violenta le fece perdere l’equilibrio, facendola scivolare nel fango viscido della riva.
Proprio in quel momento Ewan, che rientrava al villaggio lungo il sentiero costiero, la vide e corse a tirarla fuori. Lei, con il mantello inzuppato e la dignità ormai a pezzi, cercò invano di darsi un contegno; lui la guardò e scoppiò in un sorriso caldo, vivo, che lei non gli aveva mai visto sul viso.
Dietro di loro il lago era già tornato uno specchio immobile, profondamente disinteressato a ciò che sarebbe accaduto dopo.
Per lui del resto, non c’era niente di nuovo tra acqua, nebbia, luna o brughiera: quella, in fondo, era soltanto una sera come tante da milioni e milioni di anni.
Cristina D.



