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Dritëro Agolli: la poesia della semplicità e un incontro a Tirana

Ci sono poeti che raccontano il mondo.

Altri che insegnano a guardarlo. Dritëro Agolli apparteneva a questi ultimi.

Dritëro Agolli è una delle figure più importanti della letteratura albanese del Novecento. Poeta, narratore e giornalista, ha costruito un’opera profondamente legata alla terra, alla memoria e alla vita quotidiana, restituendo dignità poetica alle cose semplici senza mai cedere alla retorica.

Nato nel 1931 a Menkulas, nel distretto di Devoll, in una famiglia contadina, crebbe in un’Albania fatta di stagioni, lavoro e tradizioni tramandate di generazione in generazione. Dopo gli studi di giornalismo a Leningrado tornò nel suo Paese, diventando una delle voci più autorevoli della cultura albanese. Eppure, nonostante il prestigio raggiunto, la sua scrittura rimase sempre fedele alle persone comuni, alle loro fatiche, ai loro affetti e alle piccole verità della vita quotidiana.

La prima volta che ho sentito il suo nome ero bambina. In un cortile d’estate, tra voci familiari e conversazioni in albanese, quel nome veniva pronunciato con rispetto.

Non ne comprendevo ancora il significato, ma ne percepivo già il peso silenzioso, come accade con le parole che appartengono a qualcosa che ci precede.

Molti anni dopo, quel nome ha assunto un volto.

Era il 1998, a Tirana. Lavoravo come giornalista e muovevo i primi passi nel mio percorso professionale. Incontrai Dritëro Agolli in un caffè letterario della città.

Era seduto in disparte, con una sigaretta accesa tra le dita e un’altra infilata dietro l’orecchio. Davanti a lui c’era una tazzina di caffè ormai freddo da ore. Ogni tanto prendeva una scatola di fiammiferi e la rigirava lentamente tra le mani, come chi segue il filo di un pensiero lontano.

Indossava una giacca chiara, quasi scolorita dal tempo, e una camicia bianca. Aveva un’espressione difficile da definire: forse malinconica, forse assorta, forse semplicemente abitata da altri luoghi e da altri giorni. Ricordo però con chiarezza la sua gentilezza. Non c’era alcuna distanza tra il grande scrittore e le persone che gli si avvicinavano. Nessuna posa, nessuna solennità.

Solo la naturalezza di chi non aveva mai smesso di appartenere alla terra, alle persone e alle storie che raccontava. In quell’incontro ricevetti il mio primo autografo. Un gesto semplice, ma per me decisivo: il passaggio dalla lettura all’esperienza, dalla letteratura come studio alla letteratura come incontro.

La forza di Agolli stava proprio qui: nella capacità di guardare le cose più semplici senza semplificarle. Il pane, la terra, una giacca consumata, una strada di paese o una tavola apparecchiata non erano semplici dettagli, ma luoghi dell’anima attraverso cui raccontare la dignità umana.

La sua poesia possiede una semplicità solo apparente. Sotto la chiarezza delle parole vive uno sguardo profondo, ironico a volte, malinconico altre, ma sempre vicino alla realtà delle persone.

Tra le poesie che ho avuto il piacere di tradurre in italiano, Me ne vado lontano racchiude bene questa sua capacità di affidare grandi verità a immagini essenziali.

Me ne vado lontano

Me ne vado triste,
deluso dagli amici
ho chiuso anche la porta
rimasta aperta
per i ruffiani,
per i bugiardi
gli invidiosi
che si fingevano
cari angeli.
Dove io non lo so,
ma so che ritornar non voglio
un’altra volta
tra le bugie della vita.
In qualche angolo
remoto e lontano riposerò
con il collo dentro
al colletto grigio della giacca…

È una poesia breve, quasi sussurrata. Eppure dentro quel colletto grigio, dentro quella giacca comune, Agolli riesce a raccogliere la delusione, la dignità e la stanchezza di un’intera vita.

Ma Agolli non è stato soltanto il poeta delle emozioni intime e delle piccole cose. La sua voce ha saputo raccontare anche le ferite della storia, le contraddizioni del suo tempo e il difficile rapporto tra l’uomo, la memoria e il potere.

In una delle sue poesie più significative, Le Chiese Abbattute, riflette sugli anni in cui in Albania Comunista vennero distrutti luoghi di culto e simboli religiosi. Tuttavia, il poeta va oltre la cronaca storica e ci consegna una riflessione universale: distruggere è semplice, ricostruire richiede saggezza. Ciò che viene abbattuto materialmente può continuare a vivere nella coscienza degli uomini, perché esistono realtà che nessuna forza riesce davvero a cancellare.

Le Chiese Abbattute

Abbiamo abbattuto chiese e moschee.

Le abbiamo fatte cadere
con il ferro e con il fuoco,
e della loro rovina
abbiamo persino fatto vanto.

«Finalmente gli dèi ci hanno lasciati»,
dicevamo.

Ma tra quelle macerie
continuava a salire un fumo ostinato:
era l’anima che non muore.

E da quella cenere,
con il capo bianco di secoli,
Dio tornava ad affacciarsi tra noi.

E diceva:

«Non siate così sicuri, uomini.

Perché la pietra pesa poco
quando la si getta a terra,
ma pesa molto di più
quando bisogna rialzarla.

E verrà il giorno
in cui ricostruirete ciò che avete distrutto,
se un poco di saggezza
tornerà ad abitare le vostre mani.»

Forse è proprio questa la grandezza di Dritëro Agolli. Sapeva parlare del pane e delle radici, ma anche delle ferite della storia. Sapeva raccontare la vita quotidiana e, nello stesso tempo, interrogare la coscienza di un intero popolo.

Rileggendo oggi Dritëro Agolli, non penso ai libri pubblicati né ai riconoscimenti ricevuti. Penso a quella sigaretta accesa tra le dita. Alla seconda infilata dietro l’orecchio.

A quel caffè lasciato raffreddare mentre seguiva il corso dei suoi pensieri. Penso a una giacca consumata dal tempo. Al profumo del pane che arriva prima della sera.

A quel colletto grigio della giacca dentro cui il poeta immaginava di riposare lontano dalle menzogne della vita. E penso a quella pietra che, nelle sue poesie, non è mai soltanto pietra: è memoria, responsabilità, eredità.

È lì che continua a vivere. Nelle cose che sembrano piccole e invece custodiscono il peso degli anni. Perché Agolli mi ha insegnato che la poesia non abita lontano da noi.

Abita la cucina. Il cortile. Le mani che lavorano. La strada del ritorno. E tutte quelle cose che restano quando il rumore del mondo finalmente tace.

Forse è per questo che, ancora oggi, il suo nome continua a tornarmi incontro come quel nome ascoltato da bambina in un cortile d’estate.

Perché alcune voci non appartengono soltanto alla letteratura. Appartengono alla memoria.
E quando sono autentiche, non smettono mai davvero di parlarci.

Alma Gjini

Milano giugno 2026

*Traduzione in italiano delle poesie di Agolli a cura di Alma Gjini


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