L‘identità dell’uomo nell’era contemporanea si è spostata dalla vita dell’essere al ruolo che esso ricopre nella società.
Identità che non dipende da una scelta arbitraria dell’essere umano, ma dall’apparato che assegna all’uomo il ruolo identificato, la cosiddetta identità di ruolo.
Spostando, di fatto, la nostra identità umana dall’essere al fare.
Questo capovolgimento sociale lo si vede già a partire dal linguaggio d’uso popolare, con la domanda “Chi sei?“ diventata “Che lavoro fai nella vita?”
Ed è così che la società, infidamente e indirettamente, ci impone di essere ciò per cui veniamo pagati, e non ciò che vogliamo e possiamo essere liberamente.
Avviene così il passaggio da “essere umano nel mondo“ a funzionario di apparato, che viene riconosciuto non più per chi è, ma per quello che fa, per il ruolo che ricopre, per la prestazione che svolge, per ciò che produce.
Identità di apparato che è, a sua volta, fortemente e inevitabilmente condizionata dall’andamento del ruolo lavorativo, che vede un rafforzamento d’identità strettamente correlato a una promozione di ruolo o al successo professionale e una perdita di forza identitaria, che risulta essere oggi la causa maggiore di fallimento, associata a un declassamento di carriera e sociale.
Questo scenario vede l’uomo trattato come un mezzo piuttosto che come un fine.
Un uomo sempre più schiavo del proprio lavoro, del proprio ruolo nella società e sempre meno padrone della propria identità di essere, la propria identità umana e non solo prestazionale.
Carl Marx ammoniva già qualche secolo fa parlando dicendo che: “Gli uomini non vengono più riconosciuti per quello che sono, ma per la funzione che svolgono.”
In uno scenario del genere, noi uomini contemporanei cosa possiamo fare?
Chiaramente non possiamo spostare gli equilibri geopolitici, modificare la struttura sociale del mondo in cui viviamo dall’oggi al domani o finire con l’annullarci, anche perché quello non significherebbe vivere, ma semplicemente arrendersi.
Tuttavia, possiamo lavorare su come noi stessi ci auto-descriviamo e su come ci vediamo nel mondo.
Su chi pensiamo di essere al di fuori del ruolo che ricopriamo nella società.
Possiamo interrogarci sulle nostre vocazioni, su cosa siamo venuti ad apportare alla società in termini umanistici
Per fare questo, però, è necessario attuare degli accorgimenti linguistici e iniziare a usare il linguaggio a nostro favore, per esempio iniziando col porci le domande in modo più funzionale, virtuoso e anche diverso.
Ad esempio, alla classica domanda “Cosa voglio io dalla vita?”, possiamo anche chiederci: “Cosa vuole la vita da me?”
Spostando il baricentro della nostra attenzione su cosa siamo venuti a fare in questo mondo, cosa siamo venuti a dare, ad apportare, non solo in termini produttivi, ma anche e soprattutto qualitativi e umani.
Forse il primo atto di libertà dell’uomo contemporaneo potrebbe consistere proprio in questo: ricordarsi di essere qualcuno prima ancora di essere utile a qualcosa.
Perché la nostra identità non risiede soltanto nel ruolo che ricopriamo, ma anche in ciò che scegliamo di portare nel mondo quando nessuno ci chiede di produrre.
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One Comment
Cristina
È vero che oggi finiamo spesso per identificarci con il lavoro che facciamo, come se tutto il resto di noi avesse meno importanza, non sono però sicura che basti cambiare il modo di porci la domanda.
Anche chiedersi cosa la vita voglia da noi può farci sentire obbligati a fare o dare sempre qualcosa. Forse dovremmo ricordarci che abbiamo un valore anche quando non siamo produttivi o utili a qualcuno. Solo una piccola nota: Karl Marx si scrive con la K e sarebbe interessante conoscere la fonte precisa della frase che hai citato, xche io non la ricordo.