Lasciateci almeno immaginare: quando la poesia si veste da cartolina
Premessa doverosa: a noi piacciono le poesie. Ci piacciono un po’ meno quelle che, soprattutto sui social, arrivano accompagnate da tramonti, farfalle, figure femminili svolazzanti e decorazioni di ogni genere.
Alzi la mano chi, scorrendo i social, non si è imbattuto in una poesia sistemata sopra un’immagine: un mare in tempesta, una finestra bagnata dalla pioggia, un paesaggio romantico o una donna che contempla malinconicamente l’orizzonte.
A volte l’illustrazione è talmente elaborata che bisogna quasi cercare i versi in mezzo alle decorazioni.
E viene spontaneo domandarsi: ma una poesia non può più uscire di casa senza essersi messa il vestito buono?
Sia chiaro, non abbiamo nulla contro le immagini. Un’illustrazione può dialogare con un testo, aggiungere significati, dare vita a un’opera nuova. William Blake lo faceva magnificamente e anche i monaci, con i loro codici miniati, non scherzavano.
Parliamo d’altro: dell’immagine usata come stampella, come se i versi da soli rischiassero di inciampare.
Il grande catalogo del cliché
Esiste ormai un manuale non scritto del perfetto poeta social, e le immagini sembrano seguirlo alla lettera.
Se la poesia parla di una rottura amorosa, ecco la finestra bagnata dalla pioggia. Se parla di speranza, un binario che scompare all’orizzonte, metafora sottile come un furgone in autostrada. Per la solitudine, una figura di spalle davanti al mare. Per la libertà, una donna con un abito leggerissimo che corre in un prato, possibilmente controvento.
E poi ci sono le farfalle, che vanno bene quasi dappertutto: amore, amicizia, nostalgia, rinascita, perfino una riflessione sull’universo. Basta cambiare il colore delle ali.
Se invece il testo è particolarmente intenso, una figura femminile seminuda può dare quel tocco di profondità supplementare che, evidentemente, alle parole mancava.
Oggi creare immagini di ogni genere è diventato facilissimo. Possiamo cercarle sul web oppure farcele realizzare su misura, descrivendo nei minimi particolari ciò che desideriamo. Il risultato può essere bellissimo, naturalmente, ma non per questo necessariamente adatto a una poesia.
Così capita che qualcuno scriva versi su un dolore unico, irripetibile, mai conosciuto prima da essere umano, e poi li sistemi sopra un tramonto che potrebbe tranquillamente pubblicizzare una crema idratante o un corso di yoga.
Il dolore sarà anche irripetibile, ma il tramonto gli fa un torto: assomiglia a tutti gli altri.
Il poeta maledetto e il carattere tipografico
Un capitolo a parte merita la scelta dei caratteri: corsivi svolazzanti, calligrafie che imitano quelle antiche, pergamene ingiallite, firme in basso a destra con tanto di ghirigoro.
Certe composizioni sembrano volerci convincere che i versi siano stati vergati a lume di candela da un poeta maledetto dell’Ottocento, consumato dall’assenzio e dalla tubercolosi.
Magari sono nati sullo smartphone, durante una pausa pubblicitaria. Succede, nelle migliori famiglie.
Naturalmente non c’è nulla di male nello scegliere una bella grafica. Ma quando una strofa va decifrata tra riccioli, ombre, trasparenze e riflessi dorati, più che leggerla sembra di doverla recuperare da sotto le decorazioni.
E qualche volta viene da chiedersi se tutta quella ricchezza visiva serva davvero ad accompagnare i versi oppure a conferire loro un’importanza che dovrebbero conquistarsi da soli.
Quando l’immagine diventa protagonista
Cerchiamo però di essere comprensivi. Sui social un testo deve conquistarsi l’attenzione in pochissimo tempo, e un tramonto parte decisamente avvantaggiato.
L’immagine diventa un’esca, un invito a fermarsi. Fin qui, niente di male.
Il paradosso è che quell’esca può funzionare fin troppo bene.
Ci fermiamo, guardiamo i colori, ammiriamo la composizione, osserviamo i particolari. Magari lasciamo persino un cuoricino, perché l’illustrazione è davvero bella.
E i versi?
Sono lì, naturalmente. Ma non è detto che li abbiamo letti.
Nel tentativo di attirare maggiore attenzione sulla poesia, rischiamo di regalarne una buona parte all’immagine. Il testo finisce per diventare una didascalia sentimentale, qualcosa che completa la cartolina anziché costituire il motivo per cui ci siamo fermati.
Naturalmente, accompagnare uno scritto con un’immagine non è una novità, né qualcosa di necessariamente sbagliato. Ma forse, prima di aggiungere l’ennesima illustrazione, varrebbe la pena chiedersi se stiamo davvero arricchendo il testo oppure aggiungendo qualcosa di cui non ha bisogno.
Perché, in fondo, non dovrebbero bastare le parole?
Lasciateci almeno immaginare
Non crediamo che dietro ogni poesia illustrata ci sia necessariamente una mancanza di fiducia nelle proprie parole, né la convinzione che chi legge abbia bisogno di essere aiutato. Spesso è semplicemente un’abitudine, il piacere di creare qualcosa di gradevole o il desiderio di attirare l’attenzione.
Tutte cose comprensibili.
Ma da lettori un’obiezione ce l’abbiamo.
Non saremo tutti geni, ma sappiamo leggere. E quando incontriamo una poesia, siamo perfettamente in grado di affrontarla senza bisogno di indicazioni stradali.
Se ci mostrate una donna sola sulla spiaggia prima ancora che abbiamo letto una riga sulla solitudine, ci avete già suggerito un’atmosfera, un paesaggio e perfino un sentimento.
E se per qualcuno di noi la solitudine fosse una cucina illuminata a mezzogiorno, una sedia vuota, il rumore del frigorifero in una casa silenziosa?
Non sarebbe un’interpretazione altrettanto legittima?
Le parole sono quelle, ma ciascuno le incontra attraverso la propria memoria, le proprie esperienze, la propria sensibilità.
Una casa può diventare quella della nostra infanzia, un volto può ricordarci qualcuno che abbiamo amato, un paesaggio può assumere colori completamente diversi da quelli immaginati dall’autore.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della letteratura: ciò che nasce nella mente di chi scrive può trasformarsi in qualcosa di diverso nella mente di chi legge.
Un’illustrazione troppo zelante, invece, rischia di comportarsi come una guida turistica, indicando dove guardare e che cosa provare.
Ma la poesia non è un indovinello del quale l’autore debba fornire anche la soluzione illustrata. Non dovrebbe aver bisogno di qualcuno che accompagni il lettore per mano da un verso all’altro.
Una poesia che possiede una propria forza espressiva può vivere benissimo su una pagina bianca. Non ha bisogno di tramonti spettacolari, farfalle colorate o donne bellissime per emozionare.
Naturalmente esistono immagini capaci di arricchire davvero un testo, di aprire nuove interpretazioni, di creare un dialogo tra linguaggi diversi. Ma esiste anche il momento in cui sarebbe meglio rinunciare ad aggiungere qualcosa.
Quindi, la prossima volta che pubblicate una poesia, provate a lasciare i versi da soli.
Non è detto che si sentano abbandonati.
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