Paolo Cognetti e la frottola dello scrittore di successo.
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Paolo Cognetti e la frottola dello scrittore di successo.

Conoscevo Paolo Cognetti di nome, anzi, non lo conoscevo affatto, salvo per aver scritto Le otto montagne, che aveva vinto il Premio Strega e da cui era stato tratto un film.

Non avevo letto il romanzo e non avevo visto il film, a parte qualche scena capitata per caso: quel tipo di narrativa, la montagna, i silenzi, certi paesaggi interiori, semplicemente non mi hanno mai attirata.
Poi, ieri sera, ho visto una sua intervista a Le Iene e, dopo pochi minuti, dello scrittore famoso non mi importava più niente: mi interessava l’uomo.

Cognetti raccontava di sé, di aver attraversato una depressione bipolare grave, fasi maniacali, ricoveri, un TSO, problemi con l’alcol, pensieri suicidari, e di essere stato salvato, in uno dei momenti peggiori, dalle persone che gli erano rimaste vicino e non lo avevano mai lasciato solo.
Ma non erano tanto le cose che raccontava a impressionarmi, quanto come le raccontava, con una voce dolce, calma, lenta, chiarissima, oserei dire “responsabile”. Una voce “serena” che ascolteresti per ore. Nessuna teatralità, nessun pietismo, nessuna necessità di essere capito, compreso o assolto.

Era lì “nudo e senza rete” a raccontare ciò che gli era accaduto mettendo in ordine i fatti della propria vita con calma rassicurante: ricordava l’ospedale, le conversazioni con la psichiatra, le domande che gli venivano ripetute, la sua convinzione di non essere così malato come pensavano gli altri.
E io, intanto, io osservavo il suo volto fragile, quasi spaurito al quale era difficile dare un’età. Non vecchio, non giovane. Gli occhi nerissimi, quasi infantili in certi momenti; la barba incolta; i capelli di un colore acceso, rosa o ramato a seconda della luce; le sigarette fumate una dietro l’altra, fino quasi al filtro.

Non dava l’impressione di una persona abbandonata a sé stessa, ma piuttosto di un uomo di “cristallo” per il quale fosse diventato secondario apparire in un modo comprensibile agli altri.
Nella sua casa di Milano era seduto nel mezzo di una stanza quasi spoglia,  attraversata da un filo da bucato sul quale erano appesi pantaloni, camicie, calzini, panni scuri lasciati li ad asciugare.
Fumava e parlava, parlava e fumava, spiegava della sua malattia, rispondeva tranquillamente a sollecitazioni e domande. Era gentile.

A ben guardarli, quei gesti ripetuti finivano per sembrare una sorta di punteggiatura nella sua pagina quotidiana: non semplici movimenti, ma piccoli ancoraggi concreti: fumo, caffè, racconto, spiegazioni, fumo, caffè, vino.
Scrive a mano Cognetti, su un quaderno. In casa non ha l’elettricità e dice di non sentirne la necessità; ha una torcia appesa al muro e questo gli basta.

La scrittura è una delle pochissime continuità che non gli sono venute meno. Il successo, visto da lì, diventa quasi un accessorio fatto di  premi, milioni di copie, traduzioni, film, denaro. Il contorno.
Dice di vivere per scrivere, ed è difficile non credergli.

A un certo punto lo scrittore e il giornalista decidono di  partire per la valle d’Aosta dove Codognetti possiede un chalet.  Indossa un berretto nero di lana sulla zazzera scarmigliata, una sciarpa del medesimo colore e un giaccone arancio acceso e  Cognetti diventa improvvisamente un uomo qualunque, un turista come tanti: ordinario, perfettamente calato dentro il mondo e quindi piu che leggibile.
Nella baita circondata dalle piste da sci ricominciano i rituali: tanto caffè, infinite sigarette, vino, incontri tra vicini e vecchi amici fino a raggioungere un vecchio stallo dove, anni prima, una giovane donna francese, anche lei malata di depressione, in totale solitudinesi si era tolta la vita. A lui era andata bene, dice: non fu lasciato mai solo.

Si accoccola a terra, fuma, la distanza fra quella storia tragica e la sua si accorcia dolorosamente. In quel silenzio, canta “Minuetto” di Mia Martini, una brano che dice di amare moltissimo. Piange.

«Bon, basta.» dice all’improvviso.
Si alza e se ne va.
Nessuna conclusione, nessun commiato: rimane soltanto l’eco di un uomo lucidissimo e, nello stesso tempo, terribilmente esposto. Un uomo capace di mettere ordine nelle parole mentre qualcosa, dentro di lui, sembra non avere la medesima possibiltà.

È forse questo che mi ha impressionata tanto, non Paolo Cognetti, Premio Strega, che non conosco, avrebbe potuto essere chiunque.
Un’anima, un calce di cristallo perfettamente formato ma fragilissimo,  capace di contenere il mondo e restituircelo intonso, ma se non viene maneggiato con cura, al primo tocco rischia di finire in mille pezzi


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