Rilevatori di IA si, rilevatori di AI no?
Da qualche tempo si è diffusa una nuova ossessione: capire se un testo è stato scritto da una persona oppure da un’intelligenza artificiale.
E fin qui il problema può anche essere comprensibile, perché l’AI esiste, viene usata sempre di più e in certi casi può essere legittimo voler sapere se chi firma un testo lo ha davvero scritto.
Il problema comincia quando, per scoprirlo, ci si affida a un rilevatore AI e, soprattutto, quando si prende per buona la percentuale che compare sullo schermo.
73% AI. 42% o 21% 0% e chi più ne ha più ne metta. Oramai i rilevatori free, ma soprattutto a pagamento, spuntano cone funghi dopo un temporale.
Sembrano numeri precisi, quasi scientifici, e proprio per questo fanno impressione, ma basta poco per accorgersi che quella sicurezza è spesso soltanto apparente.
Immaginiamo la professoressa Marisa, settant’anni, insegnante di latino e greco in pensione, una vita passata tra versioni, sintassi, etimologie e libri pieni di note a margine, una donna abituata a spiegare ai ragazzi perché una parola non vale sempre l’altra e perché a volte basta togliere un aggettivo o spostare un termine perché una frase cominci finalmente a funzionare.
Da quando non lavora più, scrive qualche poesia, cosi’… senza grandi pretese, semplicemente per il piacere di farlo.
Un pomeriggio entra nella sua libreria preferita e vede la locandina di un premio letterario prestigioso, si ferma a leggere il regolamento, torna a casa e decide di partecipare.
Per due settimane lavora a una poesia scritta apposta per quel concorso, la corregge, la riscrive, cambia parole, sposta versi, ne toglie alcuni, ne rimette altri, la legge ad alta voce, la lascia riposare e poi la riprende ancora, finché arriva il momento in cui pensa che sì, quel testo può partire.
Lo invia.
Dall’altra parte qualcuno lo accoglie, lo legge, forse lo copia dentro un rilevatore di intelligenza artificiale e…puff : 89% AI.
Marisa non lo sa, ma in quel momento la sua poesia rischia di cambiare natura, non è più soltanto un testo da leggere e giudicare per quello che vale, diventa qualcosa da verificare.
Nessuno la squalificherà, nessuno le scriverà dicendo che ha barato, ma basta che nella testa di chi deve giudicare si insinui la frase “Ma, questa poesia sarà davvero sua?”
Da quel momento ogni verso ricevuto potrebbe essere letto con sospetto.
Una frase molto riuscita? AI.
Una parola poco comune? AI.
Una costruzione troppo pulita? AI.
Ed ecco il paradosso: una donna che ha passato quarant’anni a conoscere meglio la lingua può essere guardata con sospetto proprio perché la lingua la sa usare.
E se Marisa volesse difendersi?
Se lo puo scordare.
Quella poesia l’ha scritta apposta per quel concorso, quindi non esisteva dieci anni prima, non ha una vecchia pubblicazione da mostrare, magari ha corretto sempre lo stesso file, oppure non ha conservato le bozze, magari ha soltanto qualche appunto su un foglio.
Che dovrebbe fare, registrarsi mentre scrive? Salvare una copia ogni dieci minuti? Preparare, insieme alla poesia, anche il proprio alibi?
Ed è qui che la faccenda smette di essere soltanto assurda e diventa pericolosa, perché non tutti gli autori hanno le prove della propria innocenza e, fino a ieri, nessuno pensava che per scrivere fosse necessario costruirsi un sistema di difesa.
Il problema, poi, non è affatto inventato. Io stessa ho fatto una prova con una mia poesia datata 2011 conservata con tanto di data sul mio blog personale, quindi ne posso garantire con certezza la sua autenticità.
Un rilevatore l’ha giudicata 78% AI, un altro l’ha considerata umana al 33%, infine, un terzo ha dato 0% AI, quindi testo era completamente umano.
Tre strumenti, tre verdetti diversi.
A quel punto la domanda non è più quale detector abbia ragione ma quanto senso abbia affidare a questi strumenti il potere di giudicare l’autenticità di uno scritto, perché un falso positivo lasciato sullo schermo è un errore, ma un falso positivo che influenza una giuria, un editore, un docente o un selezionatore è un danno.
O forse stiamo guardando il problema dalla parte sbagliata.
Ci preoccupa il potere dell’intelligenza artificiale di scrivere al posto nostro, ma rischiamo di dare ai suoi rilevatori un potere persino maggiore: “decidere se ciò che abbiamo scritto è davvero nostro”.
E intanto finiscono in secondo piano proprio le cose che dovrebbero contare in un testo letterario: fantasia, creatività, voce, ritmo, immagini, precisione, capacità di scegliere una parola, bravura.
Se lo stesso testo può essere 78% artificiale per una macchina, umano solo al 33% per un’altra e completamente umano per una terza, allora non stiamo accertando un fatto, stiamo scegliendo un giudice.
Concludendo: questo articolo l’ho scritto io, l’ideaè mia, ho un file word ma…inserito in un rivelatore mi dice AI al 70%.
Che faccio, mi deprimo, mi spavento, mi preoccupo o lo butto?
E allora la domanda finale nasce spontanea:davvero vogliamo affidare a questi strumenti il potere di decidere chi merita di essere creduto e chi no?
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