amore, cuori ai tempi dei social, poesie e versi
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I social e le poesie farcite di parole vuote.

Come molti siti letterari, anche noi abbiamo una presenza sui social soprattutto su Facebook: un gruppo dove gli iscritti pubblicano le loro poesie. Il problema è che, leggendone molte di seguito, finiscono per assomigliarsi: cambiano autore e titolo, ma tornano le stesse parole “poetiche”, le stesse emozioni dichiarate, gli stessi aggettivi solenni.

Il poeta social affida la bellezza del testo al repertorio consueto: amore, dolore, anima, tormento, malinconia, infinito, desideri cocenti o insani, parole che sembrano già poetiche e che prendono il posto di un’esperienza precisa, di un’immagine reale.

Prendete una passione delusa, aggiungete tormento, malinconia e un dubbio dei sensi; mescolate con aggettivi altisonanti fino a eliminare ogni dettaglio concreto; decorate con un tramonto: ecco una perfetta Love Cake, riconoscibile, prevedibile e purtroppo sempre uguale.

Il risultato è una poesia che annuncia continuamente un’intensità senza riuscire a farla sentire. “Cocente” dice che il dubbio brucia, ma non ci fa percepire il calore; “forsennato” proclama lo sconvolgimento, ma non mostra una mente sconvolta.
Più il testo insiste nel nominare il sentimento come “scombinato sdegno, insano e umano turbamento”, più esso sparisce, consumato dai suoi stessi termini.

Non è la sincerità dell’autore a mancare: è lo sguardo.
Un amore diventa generico quando dell’esperienza restano solo le etichette; diventa vivo quando passa attraverso un gesto, una stanza, un dettaglio irripetibile.

Un piccolo esperimento lo rivela: sostituite tormento con dolore, anima con cuore, infinito con eternità, se non cambia nulla, quelle parole non erano necessarie. E poi  chiedetevi che cosa resta del testo dopo la lettura: un’immagine? Un pensiero? O solo la vaga impressione di qualcosa di triste e solenne? 

La poesia non deve impartire lezioni, ma deve accendere, sorprendere, contraddire, spostare di almeno un millimetro chi la legge, se invece lo lascia dov’era, dopo avergli solo ricordato che l’amore può essere tormentato, violento o sofferente, il problema non è la semplicità: è l’assenza di una voce.

Forse, prima di aggiungere un altro infinito, bisognerebbe togliere qualche decorazione e domandarsi: che cosa è successo davvero? Quale immagine appartiene solo a questa esperienza? Che cosa posso mostrare senza nominarlo?

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