odissea di nolan- viaggio dentro l'uomo
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L’Odissea di Nolan: il viaggio di un uomo comune.

L’Odissea di Christopher Nolan non racconta soltanto Omero, ma un uomo che soffre, si perde e può tornare perché qualcuno continua ad aspettarlo.

Uscendo dal cinema ho pensato che Nolan avesse tradito il poema. Poi invecemi sono resa conto che non avevo assistito all’epopea Ulisse, di Troia, di Penelope, ecc, ma la storia di qualcos’altro.

All’inizio c’era un po’ di tutto: avventura, dramma familiare, guerra, fantasy, horror, e persino qualche eco da Star Wars. Un miscuglio di generi tenuto insieme da uno spettacolo immenso, anche se non sempre armonioso. Alcune creature sembravano volutamente assurde, grottesche, altre quasi ridicole; certi episodi erano ridotti, altri scomparsi. Non perché Nolan non li conoscesse, ma perché non funzionali alla storia che voleva raccontare.

Poi c’è Ulisse.
Matt Damon è bravissimo: seducente, tormentato, bellissimo, efficace nel  liberarsi quasi subito del proprio personaggio. Non è più il re astuto di Itaca, ma un uomo smemorato, stanco, colpevole, ostinato, incapace talvolta di riconoscere la strada verso casa anche quando ce l’ha davanti.

E poi mi  sono chiesta: che c’entra la Hollywood piu riconoscibile coi suoi pur bravissimi attori, con Omero?

Cosa ci fà una Anne Hathaway, splendida e drammatica in Penelope, che in ogni scena continua a ricordarmi il Diavolo veste Prada?
O Tom Holland, con quel volto da ragazzino “intrappolato” tra le ragnatele di Spider‑Man?
O ancora Robert Pattinson, un troppo giovane e acerbo Antinoo, con sulle spalle il fantasma del vampiro pallidissimo di Twilight.?

Potrebbe sembrare una caduta di stile del regista: un cast troppo riconoscibile. Ma a poco a poco quella sensazione di “ridicolo” è diventa più chiara. Non sono loro a portarci nel mondo di Omero: è il nostro mondo che finisce dentro il mito.  

Nolan ha detto di aver scelto volti familiari per mettere il pubblico a proprio agio in una storia antica. L’effetto, almeno per me, è più ambiguo: voleva che riconoscessimo gli attori, ma non controllare quali fantasmi avremmo riconosciuto grazie a loro.

Mostri veri e mostri interiori
Anche i mostri obbediscono a questa sovrapposizione.
Il film non dice apertamente che siano frutto della mente di Ulisse, ma lo lascia intuire. Sono eccezionali, enormi, funzionali al breve episodio: aggrediscono, seducono, terrorizzano, trasformano, come in qualsiasi dramma umano.

Nolan rende la storia e il soprannaturale più terreno, parziale e incerto. Alcune creature sono decisamente brutte, deformate, grottesche; altre restano ai margini; quelle inutili al percorso scompaiono.

E allora ci si chiede se Polifemo, le Sirene, Circe e tutto ciò che Ulisse incontra siano davvero ostacoli mitici. Potrebbero essere anche il modo in cui un uomo racconta la propria paura, il dolore della guerra subita, degli anni in cui non è riuscito a ritrovare se stesso.

Poi c’e il dubbio che non è estraneo al poema: molte avventure incredibili le racconta Ulisse stesso, che non è certo un campione di sincerità. Egli si cambia nome, identità, versione dei fatti per sopravvivere. Non dobbiamo concludere che abbia inventato tutto, ma possiamo domandarci quanto del viaggio appartenga al mare e quanto al racconto che lui costruisce di sé o dentro di se.

Nolan sembra togliere spazio agli dèi per lasciare Ulisse più solo con i propri mostri.

La musica è il mare
Se le immagini procedono per episodi e registri diversi, la musica impedisce al film di disperdersi.
La colonna sonora di Ludwig Göransson non accompagna: guida.

Gong di bronzo, corde, cori, sintetizzatori creano un suono antico e contemporaneo. Da qui nasce quella strana impressione di fantascienza, quel momento in cui il Mediterraneo sembra confinare con una galassia lontana.

La musica prende sul serio ciò che le immagini rischiano di rendere grottesco. Forse i mostri sono forme della mente di Ulisse; la paura che ascoltiamo, però, è reale.
E soprattutto la musica tiene aperto il ricordo di casa quando Itaca non compare, trasforma il mare in una condizione interiore, anticipa il pericolo, dà continuità a un uomo che rischia di dissolversi nelle storie che racconta.

Infine, Ulisse torna perché c’e ancora qualcuno lo aspetta.
A Itaca, Penelope è in ttesada vent’anni: dieci di guerra e dieci di peregrinazioni. Cresce il figlio, difende la casa, resiste ai pretendenti, conserva il posto di un marito che potrebbe essere morto o aver scelto un’altra vita.

È facile trasformarla nella moglie immobile e fedele, ma Penelope non è immobile, la tela che tesse di giorno e disfa di notte è la sua astuzia. Mentre Ulisse inganna uomini e creature per mare, lei inganna i pretendenti dentro casa. La sua Odissea è immobile ma solo geograficamente.

Penelope e Telemaco fanno qualcosa di ancora più importante: non cancellano Ulisse dalla propria vita. Conservano la possibilità reale del suo ritorno. Continuano a riconoscerlo anche mentre lui non è più presente a se stesso.

Qui il film smette di parlare soltanto di un re greco.

Ulisse assomiglia a chi soffre e si perde per una depressione, un trauma, una dipendenza, una crisi che lo allontana dagli altri e da ciò che era. La famiglia non può compiere il viaggio al suo posto, ma può lasciare aperta una strada attraverso la quale tornare.

È una lettura umana e consolatoria, ma contiene un pericolo: la fiducia nel ritorno non può diventare un sacrificio infinito. Penelope non deve essere il modello di chi attende per sempre che l’altro guarisca, cambi o si accorga di avere una casa. Non tutti gli Ulisse tornano e nessuno può pretendere che gli altri restino immobili per garantirgli un approdo.

Il film vive dentro questa tensione: la speranza che una persona perduta possa ritornare e la crudeltà dell’attesa imposta a chi resta.

L’Odissea di un uomo qualunque
Solo alla fine ho capito quale storia mi sembrava di aver visto.
Non è davvero l’Odissea di Omero, almeno non come trasposizione fedele. Nolan usa Omero per dare dimensioni epiche allo smarrimento di un uomo comune: i mostri diventano paure, il mare diventa la vita senza direzione, Itaca la possibilità di tornare presenti, Penelope e Telemaco le persone che non hanno smesso di riconoscerci.

È la forza e il limite del film.

Per avvicinare Ulisse a noi, Nolan deve sottrargli qualcosa della sua estraneità, della sua ferocia, della sua intelligenza omerica. A volte il mito rischia di ridursi alla grammatica contemporanea del trauma: l’uomo che affronta i propri demoni e scopre che la vera Itaca era dentro di lui.

Eppure, quando la musica sale e qualcuno continua ad aspettare sulla riva, quella semplicità acquista un peso diverso. Perché quasi tutti, almeno una volta, siamo stati Ulisse o siamo rimasti a Itaca. Ci siamo perduti, oppure abbiamo conservato un posto per qualcuno che non sapeva più tornare.

Forse è questa l’Odissea che Nolan voleva raccontare: non quella di un eroe antico che combatte mostri favolosi, ma quella, molto più comune e incerta, di un essere umano che tenta di rientrare nella propria vita.

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