Traduzione poetica dal geg albanese di Alma Gjini
Introduzione
Ci sono opere che appartengono al tempo in cui sono state scritte e altre che continuano a interrogare quelle successive. Il poema della miseria (Poema e mjerimit) di Migjeni appartiene a queste ultime.
Millosh Gjergj Nikolla, Migjeni, morì nel 1938 a soli ventisette anni, lasciando un’opera breve e dirompente nella letteratura albanese del Novecento. Nel “Poema della miseria” , la miseria non è un concetto astratto: possiede un corpo, una fame, una gola, delle mani, dei figli. Nasce, cresce, lavora, desidera, beve e passa da una generazione all’altra.
Migjeni scrive in geg, la lingua del Nord dell’Albania da dove io provengo, con una lingua concreta, aspra, spesso carnale. Per questo ho scelto una traduzione poetica e non letterale: dove le stesse parole, trasferite in italiano, perdevano l’immagine e la sua “violenza”, ho cercato un’equivalenza poetica. Ho cercato, per quanto mi fosse possibile, di portare Migjeni dentro la lingua italiana, senza costringere l’italiano a inseguire parola per parola la sua e la mia lingua.
Il rischio maggiore era renderlo più bello, trasformare la brutalità delle sue immagini in bella poesia, levigare ciò che nasce ruvido. Ho cercato di non farlo. Migjeni doveva rimanere sporco: dovevano restare la gola, le mani, gli stracci, le carni, le piaghe, le viscere, il fango, le ossa, la putrefazione, il veleno, le bettole, la corda, i mendicanti. Togliere quella materia avrebbe significato togliere qualcosa alla sua voce.
Non sono una traduttrice di professione e affido questo lavoro ai lettori con la consapevolezza del rischio che comporta entrare nella lingua di un poeta come Migjeni. Spero di averne conservato ciò che più temevo di perdere nel passaggio all’italiano: la voce, la durezza e l’indignazione.
Perché la miseria di Migjeni non domanda compassione. Domanda solo giustizia.
IL POEMA DELLA MISERIA
Migjeni
È un boccone che inchioda la gola, fratello: la miseria.
Un grumo amaro che resta confitto
e ti gela di tristezza
quando incontri volti di cera e occhi di palude
che ti guardano come spettri e allungano le mani intorpidite.
E restano lì, tese dietro di te,
per tutta la vita, fino alla morte.
E sopra di loro, nell’aria, quasi per supremo spregio,
croci e minareti di pietra trafiggono il cielo,
mentre profeti e santi, nelle loro vesti variopinte,
risplendono d’oro.
E dal fondo, la miseria sente il sapore del tradimento.
La miseria porta il proprio marchio d’infamia:
abietta, crudele, vergognosa.
La fronte che lo porta, gli occhi che lo rivelano,
le labbra che invano cercano di celarlo;
figli dell’incuria e sacrifici del disprezzo,
avanzi sudici disseminati attorno alla tavola
dove ha banchettato un cane spietato,
dal ventre secolare, eternamente insaziabile.
La miseria non ha destino. Ha soltanto stracci,
vessilli laceri d’una speranza
strappata e fatta a brandelli insieme alla parola data.
La miseria s’inferocisce nell’amore lussurioso.
Negli angoli bui, tra cani, sorci, gatti,
su cenci ammuffiti, fetidi, lerci, fradici,
si denudano le carni come piaghe, gialle e sudice.
Si avvinghiano i sensi con impeto animalesco;
mordono, divorano, succhiano, si baciano labbra macerate.
E si spegne la fame, si placa la sete
nella lussuria che tutto avvince,
dove l’uomo annega se stesso.
E lì vengono concepiti i folli, i servi e i mendicanti
che l’indomani nasceranno per riempire le nostre strade.
La miseria trema nel lume dell’occhio del pargolo
come la fiammella morente d’una candela,
sotto un soffitto annerito dal fumo e gravido di ragnatele,
dove ombre d’uomini tremano contro muri lerci.
Lì il pargolo malato piange come uno spirito maligno,
mordendo il seno disseccato della madre sventurata;
e lei, di nuovo gravida, maledice Dio e Diavolo,
maledice il proprio frutto, maledice il grembo greve.
Il suo pargolo non ride: langue.
La madre non lo ama: lo maledice.
Com’è triste la culla della miseria,
dove il pargolo è cullato da lacrime e ansimi.
La miseria cresce il pargolo all’ombra delle case alte,
dove non giunge la voce del mendicante,
dove nulla deve turbare la quiete dei signori
quando essi e le loro signore riposano nei loro letti beati.
La miseria fa maturare il fanciullo
prima ch’egli giunga all’età dell’uomo;
vuole insegnargli a schivare il pugno che lo minaccia,
quel pugno che nel sonno gli stringe la gola
quando cominciano le febbri della fame,
e il volto del bambino si copre dell’ombra della morte,
ornamento funesto al posto del sorriso.
Un frutto, quando è maturo, si sa dove cade;
così il figlio della miseria
nel ventre della terra finisce.
La miseria fatica, fatica giorno e notte,
col sudore che bolle sul petto e sulla fronte,
affondando nel fango fino alle ginocchia,
e le viscere che per la fame si attorcigliano a vuoto.
Ridicola ricompensa! Per cento sospiri
al giorno soltanto tre o quattro lek e un «Marcia!».
La miseria talvolta ha guance levigate,
labbra accese, zigomi dipinti,
il corpo fatto monumento d’un commercio sudicio,
condannato ad accogliere un secondo nel proprio letto;
e per quel servizio riceverà qualche franco
e macchie sulle lenzuola, sul volto e sulla coscienza.
La miseria lascia anche un’eredità.
Non denaro nelle banche né case o terre,
ma ossa storte e qualche dolore nel petto,
forse il ricordo di quel giorno
in cui il tetto della casa crollò
dalla putrefazione del tempo, dal fardello del cielo,
quando sopra ogni cosa si levò una voce terribile,
piena di maledizioni e preghiere dal fondo dell’inferno:
era la voce dell’uomo che crepava sotto una trave.
«Così, sotto il piede pesante di Dio adirato»,
dice il prete, «muore chi conduce una vita dannata».
E di questi ricordi, di simili sciagure,
si colma il calice di veleno
lasciato in eredità alle generazioni.
La miseria ha una sorella che consola: il bicchiere.
Nelle bettole fetide, davanti a tavole luride,
l’anima assetata si versa il bicchiere in gola
per dimenticare novantanove disgrazie.
E il bicchiere torbido, il bicchiere satanico,
mentre l’accarezza la punge come una vipera;
e quando l’uomo cade, come grano sotto la falce,
sotto il tavolo piange e ride
in una smorfia tragicomica.
Tutti i mali della miseria li affoga nel bicchiere,
quando cento ne versa, uno dopo l’altro, nella gola.
La miseria accende i desideri
come le stelle accendono il buio,
e li manda in fumo
come il fulmine riduce in cenere ciò che colpisce.
La miseria non ha gioia.
Ha soltanto dolori,
dolori insopportabili che ti fanno impazzire,
che ti mettono una corda fra le mani
perché tu vada dritto a impiccarti,
oppure ti fanno misera vittima
di qualche paragrafo di legge.
La miseria non vuole pietà.
Chiede solo giustizia!
Pietà?
Figlia bastarda di padri astuti,
che in modo pomposo, come i farisei,
battono il tamburo con astuzia di volpe
mentre lasciano cadere
un misero grosh
nel palmo del mendicante.
La miseria è una macchia indelebile
sulla fronte dell’umanità
attraverso i secoli.
E quella macchia
mai potranno riscattarla
i cenci ammuffiti nei templi.
Traduzione poetica dal geg albanese di Alma Gjini
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