Di quale libertà parliamo?
È una frase che torna ogni volta che si parla di satira, di solito seguita da un confronto poco lusinghiero con il presente: oggi ci sarebbe il politicamente corretto, categorie intoccabili, social pronti a censurare, gente che si offende per qualunque cosa.
Peccato che quel “una volta” non sia mai davvero esistito.
Basta scegliere qualche momento della nostra storia recente e il quadro si complica parecchio.
Durante il fascismo la libertà di stampa venne soffocata pezzo per pezzo. Già nel 1923 il governo Mussolini introdusse norme che permettevano di intervenire contro i giornali anche per articoli, commenti, illustrazioni e vignette; negli anni successivi arrivarono sequestri, repressioni, soppressione della stampa d’opposizione. La satira contro il potere non se la passava esattamente bene.
Finito il fascismo, arrivò la Repubblica. Ma nemmeno nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta il comico poteva prendersela tranquillamente con chiunque, la televisione pubblica aveva norme di autodisciplina che Treccani definisce, senza troppi giri di parole, uno strumento di censura preventiva: parole proibite, argomenti sconvenienti, satira politica e religiosa sotto stretta sorveglianza. Nel 1959 Un due tre, il programma popolarissimo di Tognazzi e Vianello, venne sospeso dopo una parodia sul presidente della Repubblica Gronchi.
Decisamente non sembra proprio l’epoca in cui “si poteva dire e scrivere di tutto”.
Passano i decenni, cambiano partiti, società, costumi ma il rapporto tra satira e potere resta complicato. Nel 2002 Berlusconi, allora presidente del Consiglio, parlò da Sofia dell’«uso criminoso» della Rai fatto da Biagi, Santoro e Luttazzi, auspicando che la nuova dirigenza impedisse il ripetersi della cosa. Le loro trasmissioni sparirono dai palinsesti poco dopo, sarebbe passato alla storia come “editto bulgaro” che è già un modo elegante per non chiamarlo con il suo nome.
Quindi, quando sarebbe esistita esattamente questa età dell’oro della satira senza limiti?
Forse il problema è che confondiamo libertà con assenza di conseguenze. La satira è stata libera contro qualcuno, e fino a un certo punto, a stabilire quel punto potevano essere un regime, un governo, un editore, la Rai, un tribunale. Oggi a questi si sono aggiunti altri soggetti: le piattaforme private, i loro regolamenti, gli algoritmi di moderazione e un pubblico enorme che può reagire nel giro di un’ora.
Ed è qui che il presente introduce davvero qualcosa di nuovo: non l’esistenza del limite, ma la sua velocità.
Una vignetta che cinquant’anni fa sarebbe finita su un giornale e avrebbe fruttato tre lettere al direttore, oggi può fare il giro del mondo in poche ore, essere estrapolata dal contesto, rilanciata, segnalata, trasformata in caso nazionale. Pensiamo a quanti comici o autori, negli ultimi anni, hanno visto uno show cancellato o un contratto non rinnovato dopo una battuta diventata virale per i motivi sbagliati: non è successo per un decreto governativo, è successo perché uno sponsor si è tirato indietro o una piattaforma ha preferito evitare grane.
Il risultato pratico, un lavoro perso, un programma sparito, un libro esiliato, assomiglia parecchio a a quel editto bulgaro: cambia il mittente, non l’effetto.
E qui bisogna essere onesti fino in fondo, non solo a metà: dire che «il pubblico che si indigna non è censura» è vero solo finché ci si ferma al principio. Se poi quella indignazione produce le stesse conseguenze material, cancellazione, perdita del lavoro, autocensura preventiva di chi scrive per paura di finire nel tritacarne, allora la distinzione tra “reazione legittima” e “censura di fatto” non è più così comoda da tracciare.
Non sono la stessa cosa, ma nemmeno due mondi separati: uno Stato autoritario impone il silenzio con la forza, un pubblico enorme e uno sponsor nervoso possono ottenere lo stesso risultato senza bisogno di alzare un dito, semplicemente rendendo troppo costoso continuare a parlare.
Il fatto che una piattaforma privata possa rimuovere un contenuto o sospendere un account resta un problema reale, di potere e di trasparenza. Ma è un problema diverso, non meno serio, solo diverso dalla censura di uno Stato. Buttare tutto nello stesso calderone non aiuta a capire niente, aiuta solo a sentirsi vittime con meno sforzo.
Forse allora la domanda giusta non è «la satira era più libera una volta?».
La domanda è: di quale libertà parliamo, chi ne fissa i confini oggi e quali conseguenze siamo davvero disposti ad accettare quando decidiamo di usarla.
Perché la satira ha sempre dato fastidio a qualcuno: se non lo facesse, sarebbe solo una battuta.
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