Il vento di Drenica non puliva l’aria. La appesantiva. Portava con sé un odore denso di pioggia, di cenere rimasta nei muri e di qualcosa che allora non sapevo ancora nominare, ma che dopo pochi giorni avrei imparato a riconoscere prima ancora di vederlo.
Era la mia prima trasferta da giornalista, avevo insistito talmente tanto di andarci che il caporedattore per esasperazione mi aveva urlato “vai via, vai”. Allora andavo ancora all’università e lavoravo contemporaneamente in redazione, cercando di tenere insieme esami, lezioni, articoli e turni che finivano sempre più tardi del previsto. Ricordo il pass appeso al collo, il cartoncino rigido che ogni tanto prendevo tra le dita quasi per assicurarmi che fosse davvero mio. La parola giornalista mi sembrava ancora troppo grande, qualcosa a cui volevo assomigliare prima ancora di sentirmela davvero addosso.
Avevo in testa un’idea molto netta del mestiere: osservare, ascoltare, fare domande, non lasciarsi trascinare da quello che si prova. Cercavo di diventare quella professionista capace di stare davanti ai fatti senza confonderli con le proprie emozioni, di tenere ferma la voce anche quando dentro qualcosa cedeva. Non perché fossi fredda. Era vero il contrario. Mi si riempivano gli occhi di lacrime quasi a ogni passo, davanti a ogni casa bruciata, a ogni fotografia che scattavo, a ogni parola che annotavo sul taccuino. E proprio per questo mi imponevo di continuare. Se qualcuno piangeva, cercavo di ascoltare fino alla fine. Se parlava di un morto, chiedevo il nome, l’età, il luogo, anche quando avrei voluto abbassare il taccuino e smettere di fare domande.
Credevo che essere giornalista significasse anche questo: non lasciare che le proprie lacrime diventassero più importanti della storia che qualcuno ti stava affidando.
Poi arrivò la terra smossa.
Poco fuori da uno dei villaggi della Drenica, la strada asfaltata finiva in un sentiero di fango rossastro. I vetri frantumati scricchiolavano sotto le suole degli scarponi e, ai lati, alcune case conservavano soltanto i muri anneriti dal fuoco, finestre vuote aperte sul nulla. A farci da guida c’era Agron. Indossava una giacca da ginnastica troppo leggera per quel freddo e un paio di stivali da lavoro infangati. Camminava davanti a noi senza voltarsi, a passi rapidi, con le spalle rigide.
Si fermò vicino a un muro mezzo crollato.
«È lì» disse.
Non indicò con il dito. Fece appena un movimento con il mento verso il margine del bosco.
«Sei sicuro, Agron?» chiesi.
La mia voce mi sembrò improvvisamente fuori posto, troppo controllata.
Lui si voltò appena.
«La terra è fresca.»
Aspettò qualche secondo, poi aggiunse:
«Voi che venite da fuori non lo sapete. Ma qui si vede.»
Camminammo ancora e, quando arrivammo sull’orlo della fossa, la prima cosa che mi colpì non fu il sangue, né l’odore. Furono le dimensioni.
Un bambino morto occupa pochissimo spazio. Da vivo, un bambino riempie una casa. Corre da una stanza all’altra, chiama, domanda, vuole acqua, vuole sua madre, sporca il pavimento, lascia le scarpe dove non dovrebbe, interrompe i discorsi degli adulti, si addormenta sul divano e qualcuno lo prende in braccio per portarlo a letto. Persino quando dorme continua a occupare spazio, perché qualcuno entra nella stanza a controllare se è coperto. Lì, invece, bastava un pezzo di terra così piccolo che un adulto avrebbe potuto attraversarlo con due soli passi.
Io quei due passi non riuscii a farli. Rimasi ferma.
Dalla fossa affioravano lembi di stoffa, una manica, un pezzo di coperta incrostato di fango. Più sotto si intravedevano corpi di donne e bambini, alcuni coperti male, altri già rovinati dalla terra. L’odore di carne, fango e bruciato saliva dal terreno e si fermava in gola. E poi c’erano le scarpe. Una scarpina blu da ginnastica, con la suola consumata sul tacco, conservava ancora la forma del piede che l’aveva portata.
Sentii gli occhi riempirsi di lacrime. Abbassai lo sguardo sul taccuino prima che qualcuno se ne accorgesse, quasi mi vergognassi di non riuscire a essere la giornalista che avevo deciso di diventare. Lo estrassi con le dita rigide e impugnai la penna. Scrivere era l’unica cosa che sapessi ancora fare.
Agron guardò la mia mano, poi la fossa.
«Che cosa scrivi?» mi chiese.
«Quello che vedo.»
Fece un sorriso breve, senza allegria.
«Quello che vedi.»
Abbassai gli occhi sul foglio. Avevo scritto: Donna. Bambino. Fossa comune.
Agron si avvicinò.
«Scrivi anche che qui c’era una casa.»
Lo guardai.
«Quale casa?»
Indicò il muro annerito alle nostre spalle.
«Quella.»
Poi tornò a guardare la fossa.
«Scrivi che qui mangiavano. Che qui dormivano. Che i bambini giocavano davanti alla porta.» La sua voce era bassa, ma non tremava. «Scrivi che ieri avevano ancora un nome.»
Non risposi. Mi prese per il braccio, non forte, quanto bastava perché smettessi di guardare il taccuino e guardassi lui.
«Voi avete i giornali. Avete le televisioni. Tornate a casa.» Fece una pausa. «Noi restiamo qui.»
«Io sto scrivendo, Agron.»
«Lo so» disse, allentando la presa. «Ma non scrivere solo quanti sono.»
Guardai di nuovo la pagina. Donna. Bambino. Fossa comune. Parole corrette, necessarie, eppure improvvisamente miserabili. Quel bambino aveva avuto un nome. Qualcuno lo aveva chiamato la mattina per svegliarlo, magari irritato perché non voleva alzarsi, gli aveva dato qualcosa da mangiare, gli aveva detto di aspettare, di tornare presto. Gli aveva promesso qualcosa per il giorno dopo.
È questo che la guerra distrugge con una crudeltà che non entra mai davvero nei bollettini: il giorno dopo. Una camicia lasciata ad asciugare, un quaderno aperto, il pane tenuto per la sera, una frase detta uscendo di casa: «Ne parliamo dopo». Poi il dopo non arriva.
Poco distante, una donna stava in piedi vicino agli alberi. Teneva le mani ferme davanti al ventre. Non piangeva.
«Ha perso qualcuno?» chiesi ad Agron.
Lui la guardò.
«Qui tutti hanno perso qualcuno.»
La donna continuava a fissare la terra. A un certo punto si accorse che la stavo guardando e venne verso di noi. Aveva il viso stanco, scavato, ma gli occhi asciutti. Mi parlò in un albanese che riconoscevo e insieme faticavo a seguire: un dialetto kosovaro stretto, pieno di parole e inflessioni che alle mie orecchie suonavano antiche, diverse dall’albanese che parlavo ogni giorno. Capivo il senso, ma perdevo qualcosa nelle pieghe delle frasi.
Agron ripeté piano le sue parole.
«Chiede se scriverai anche di loro.»
«Sì.»
Lei continuò a guardarmi.
«Davvero?»
«Sì.»
Disse ancora qualcosa, poche parole questa volta. Agron rimase in silenzio per un istante prima di ripetermele.
«Dice: allora scrivi bene.»
La donna non aggiunse altro. Si voltò e tornò verso gli alberi, lasciandomi con il taccuino aperto tra le mani.
Scrivi bene.
Quelle due parole mi sarebbero tornate in mente molte volte. Non mi aveva chiesto di scrivere tanto, né di scrivere qualcosa che facesse piangere chi avrebbe letto. Mi aveva chiesto di raccontare bene ciò che loro, forse, non avrebbero avuto la possibilità di raccontare.
Nei giorni che seguirono vidi altre fosse, altre case bruciate, altri luoghi in cui la morte era stata nascosta dopo essere stata inflitta. Vidi resti carbonizzati, ascoltai racconti di corpi gettati nei pozzi e di famiglie sterminate nelle proprie case; seppi di fosse riaperte e di cadaveri portati altrove, caricati sui camion perché anche le tracce di ciò che era accaduto scomparissero insieme alle persone.
Quello che cominciò a tormentarmi non fu soltanto la violenza, ma il tempo necessario per continuare dopo. Per trascinare un corpo, caricarlo, trasportarlo, bruciarlo, gettarlo in un pozzo o ricoprirlo di terra servono minuti, a volte ore. Servono mani, persone, decisioni ripetute una dopo l’altra. In ognuno di quei gesti esiste un momento in cui si potrebbe smettere.
E invece si continua.
La sera, quando rientravo, mi lavavo le mani. Le lavavo a lungo con il sapone, sotto un filo d’acqua fredda. Non avevo toccato i corpi, non avevo scavato, non avevo sangue addosso, eppure continuavo a strofinare. L’odore rimaneva nei vestiti, nei capelli, nella gola. Mangiavo e lo sentivo ancora. Mi mettevo a letto e bastava girare la testa sul cuscino perché tornasse.
Una sera Agron mi vide lavarmi le mani. Il generatore andava e veniva e dal rubinetto usciva appena un filo d’acqua.
«Non va via» disse dalla porta.
Mi voltai.
«Cosa?»
Non indicò le mie mani.
«Quello.»
Non gli chiesi che cosa intendesse. Lo sapevo.
Per anni ho creduto che il tempo avrebbe cancellato quelle immagini. Il tempo ha cancellato molti dettagli: alcune strade, l’ordine esatto dei villaggi, perfino certi volti. Non ha cancellato la terra smossa.
Io sono tornata dal Kosovo. Questa è la parte della storia che ancora oggi mi pesa più di tutte.
Sono tornata. Ho attraversato una frontiera, mostrato i documenti e ripreso una vita nella quale esistevano il giornalismo, la laurea, di nuovo il traffico, la spesa, il lavoro, le piccole rabbie quotidiane. Negli anni successivi ho attraversato un’altra frontiera, ho amato, litigato, riso, avuto paura. Ho avuto una figlia, ho avuto paura di non vederla crescere, l’ho vista crescere, l’ho aspettata sveglia la notte, l’ho rimproverata, l’ho abbracciata. Ho pronunciato il suo nome migliaia di volte senza pensare che poter continuare a pronunciare il nome di un figlio sia già una fortuna enorme.
Io ho avuto tutti quei giorni dopo. Molti miei fratelli e sorelle del Kosovo no.
Per questo non riesco a dire che il Kosovo mi abbia insegnato a scrivere. Sarebbe troppo facile e, in fondo, anche ingiusto. Il dolore di quelle persone non era mio. Io ero quella pivellina con il taccuino che voleva diventare una grande giornalista ma anche quella che cercava di trattenere le lacrime abbastanza a lungo da riuscire a fare un’altra domanda. Arrivavo, guardavo, fotografavo, annotavo, poi ripartivo. Loro rimanevano.
Ma da quei giorni mi è rimasta una cosa che non ho più dimenticato: la scrittura non restituisce un morto, non ricuce un corpo, non rimette un figlio nelle braccia di sua madre e non ricostruisce una casa bruciata. Può però impedire che qualcuno venga cancellato una seconda volta. Può dire che quella donna aveva avuto un nome, che quel bambino aveva avuto una voce, che qualcuno lo aveva aspettato a tavola, rimproverato, abbracciato, chiamato da una stanza all’altra. Può dire che era esistito.
Forse è per questo che continuavo a stringere quella penna anche quando, davanti a una fossa, mi sembrava la cosa più inutile del mondo. E forse è per questo che continuo ancora oggi a scrivere.
Perché ricordo Agron che mi guardava e mi diceva:
«Non scrivere solo quanti sono.»
E quella donna, poco più in là, che aveva perso tutto e trovava ancora la forza di dirmi:
«Allora scrivi bene.»
È quello che provo a fare da allora.
© 2019 Alma Gjini. Tutti i diritti riservati.
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