Loredana Cimboli, appena tornata dalla Sardegna, si era messa a letto.
Da qualche giorno era preda di un malessere generale. Anche il marito non stava bene, era riaffiorato quel dolore alla schiena che lo aveva tormentato l’inverno precedente. Se ne lamentava in continuazione, così aveva fatto uno sforzo, l’aveva accompagnato dal dottore che aveva visitato anche lei e la nipotina.
«Farò degli accertamento e vi farò sapere», aveva detto l’illustre clinico, «intanto riposatevi. Chissà che vita movimentata avete condotto in Sardegna», aveva aggiunto sorridendo.
Prima di tornare a casa Loredana era andata dalla parrucchiera a rifarsi la tinta… non si era fidata della parrucchiera dell’Euro Village.
La ragazzetta del Salvador, di cui non ricordava mai il nome, le aveva appena preparato una tazza di tè e gliel’aveva posata sul comodino, vicino al cellulare, con il quale non aveva voglia di giocherellare come tutte le mattine. Da qualche giorno non ne aveva voglia.
Si sentì suonare il campanello e dopo un po’ accorse la ragazzetta.
«C’è qui un signore», disse, con la meraviglia nella voce. «È un sacerdote. Si chiama Don Ettore. Ha chiesto se la signora era in casa e io gli ho detto di aspettare, che venivo a vedere…»
«Ma certo! Che stupidaggine, quel “vengo a vedere”! Non è mica la reggia di Versailles, questa. Dovevi dire: “Vado a vedere se la signora è occupata”. Oca che sei! Non sai fare niente. Era meglio se te ne stavi in Sardegna come inserviente all’Euro Village.»
La signora era nervosa e non aveva voglia di ricevere nessuno. Aveva persino telefonato a Lucilla, l’amica del cuore, per dirle di non venire quella mattina.
Eppure, aveva tante cose da raccontare: qualche pettegolezzo, una vicenduola piccante accaduta all’Euro Village. Ma si sentiva stanca e voleva riposare. C’era tempo per confidenze e chiacchiere.
E poi, a dire la verità, quella visita non le dispiaceva affatto. Don Ettore era un prete dalle idee moderne, che conosceva da parecchio tempo. Un tipo tranquillizzante, a volte persino divertente.
Poco dopo il sacerdote entrò. Era altissimo e magro, con il viso segnato dal sole dell’Africa, dove era stato missionario per tanti anni.
Dopo i convenevoli e dopo essersi accomodato sulla poltroncina vicino al letto, le chiese se avesse trascorso delle belle vacanze.
«Oh sì, Padre, ottime!» rispose Loredana gesticolando con la manina delicata, cosa che le procurò un leggero formicolio al braccio. «Pensi che con un gruppo di amici, tutta gente perbenissimo, abbiamo fatto delle escursioni meravigliose. Ma lei conosce la Sardegna, Padre?»
«Un poco. Ma mi dica, signora. Quella domestica anziana, mi pare si chiamasse Nannina, che mi apriva sempre la porta, come mai non c’è? È ammalata?»
«Oh no, Padre. Sa, la Nannina era vecchia, come ha detto anche lei. Pensi che mi ha vista nascere. Mi leggeva Topolino quando ero bambina. E poi ha curato la mamma. Se la ricorda che caratterino aveva la mamma negli ultimi tempi? Eh… l’Alzheimer… No, Padre. L’ho mandata via perché ormai era troppo vecchia. Non capiva più niente.»
«E adesso? Dove si trova?»
«Non saprei bene.»
La signora fece un vago gesto della mano e una fitta le percorse il braccio. Rinunciò a prendere la tazza di tè appoggiata sul comodino.
«Questa ragazza che ho ora, invece, è veramente impacciata. Vengono qui e non sanno fare niente. Ah, ma io, prima di metterla in regola…»
Lasciò la frase in sospeso.
«Nannina era con voi da una vita», osservò Don Ettore.
«Sì, ma a una certa età diventano un peso. Bisogna essere pratici.»
Il sacerdote rimase in silenzio per qualche istante.
«E suo marito?»
«Oh, mio marito! Lui è una lumaca. All’Euro Village se ne stava a sentire la musica nella hall. Diceva che i miei amici lo annoiavano. Sa, alla fine io ho qualche anno meno di lui. Le gite, le escursioni… Lui voleva che mi divertissi e mi lasciava fare. Del resto, si occupava lui della bambina, anche se c’era la tata.»
«Ah. Era lì anche la piccola Silvia? La figlia di sua figlia Giselle?»
«Sì, sì. Giselle, come il balletto. Vero che è un nome impossibile da dimenticare? Giselle era presa dal lavoro e così… Ma senta, Padre. Se è venuto, naturalmente è venuto per trovarci, ma per la donazione annuale dovrebbe passare tra qualche giorno. L’Euro Village è stato costoso, però non dubiti: siamo buoni cristiani.»
Loredana si sentiva molto stanca. Strano. Erano soltanto le undici del mattino. Avrebbe voluto dormire. Far chiudere le tende. Entrava troppa luce.
«Non si preoccupi, signora», disse Don Ettore. «Suo marito è stato da me questa mattina e mi ha consegnato il denaro. Mi ha detto che potevo dirglielo tranquillamente. Mi ha chiesto anche di venire a trovarla.»
«Ah…» mormorò Loredana. «Bene. Meglio così, meglio così, quantunque…»
«Quantunque? Avete speso troppo per le vacanze?»
Il prete si alzò con uno scatto quasi giovanile e lasciò uscire un lungo sospiro.
La donna lo guardò meravigliata. Don Ettore, in piedi accanto al letto, le sembrò improvvisamente altissimo. Sul suo volto non c’era più il sorriso abituale. Aveva uno sguardo fermo, severo.
E tutta la sicurezza che Loredana aveva sempre sentito dentro di sé sembrò abbandonarla.
«Figlia», disse il sacerdote, «ora le darò l’assoluzione.»
«Ma…»
«Non vuole?»
«Sì, ma…»
«Preghi con me.»
Congiunsero entrambi le mani.
E in quel preciso istante Loredana Cimboli capì che stava per morire.
Per la prima volta, dopo tanti anni, pensò a Nannina.
Ora le era assolutamente necessario sapere dove fosse Nannina…
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One Comment
Cristina
Un racconto che costruisce con efficacia il contrasto tra la sicurezza di Loredana e la fragilità che emerge poco a poco. Il personaggio si rivela soprattutto attraverso ciò che dice, senza bisogno di giudizi espliciti.
Molto riuscito il finale, che riporta Nannina al centro della storia e dà un significato nuovo a tutto ciò che abbiamo letto.
Complimenti davvero!