Il percorso di un autore tra due lingue: italiano e tedesco
Di Nicola Benedetto, in arte Nick Bene
Non avrei mai immaginato di scrivere un romanzo. E soprattutto non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato davanti alla sfida di pubblicarlo in due lingue differenti.
Sono nato in Germania nel 1984 da genitori italiani. Qui sono cresciuto, ho frequentato le scuole e costruito la mia vita professionale. Oggi gestisco insieme alla mia famiglia una gelateria, un’attività che richiede tempo, presenza e responsabilità quotidiane.
La scrittura è entrata nella mia vita quasi per caso, grazie a mia figlia.
Nel 2025, in occasione del suo sesto compleanno, ho iniziato a inventare per lei alcune storie ispirate ai personaggi Disney, accompagnandole con giochi da tavolo che costruivo attorno alle avventure narrate.
Quello che era nato come un semplice regalo si è trasformato gradualmente in una passione.
Ho cominciato a immaginare storie sempre più articolate, inizialmente ispirandomi a universi cinematografici che avevo amato fin da ragazzo. Poi mi sono reso conto che, per pubblicare qualcosa di veramente mio, avrei dovuto costruire personaggi, ambientazioni e vicende originali.
È stata la prima grande difficoltà: passare dall’immaginare una storia al darle una struttura narrativa autonoma.
Un’idea, da sola, non basta. Bisogna svilupparla, collegare gli avvenimenti, costruire personaggi credibili e fare in modo che ogni scelta abbia conseguenze coerenti.
Nel mio caso si aggiungeva un’altra sfida: la ricostruzione storica.
Quando si raccontano epoche lontane, non è sufficiente descrivere monumenti o citare avvenimenti conosciuti. Bisogna cercare di comprendere come potessero vivere le persone, quali conoscenze possedessero e come interpretassero il mondo.
La ricerca diventa quindi parte integrante della scrittura, ma richiede attenzione: ciò che sappiamo del passato deve essere distinto da ciò che possiamo soltanto immaginare.
E poi c’era il problema più concreto di tutti: trovare il tempo.
Durante il giorno lavoravo in gelateria, mi dedicavo alla famiglia e seguivo anche altri impegni, tra cui la grafica.
Per scrivere rimanevano soprattutto le ore notturne.
Quando tutti dormivano, accendevo il computer e riprendevo la storia. Spesso continuavo fino alle tre, qualche volta persino alle quattro del mattino.
Non era un’organizzazione ideale, soprattutto per il riposo, ma quelle ore di silenzio mi permettevano di concentrarmi senza continue interruzioni.
La seconda grande sfida è arrivata quando ho completato la storia e ho deciso di renderla disponibile anche in tedesco.
Avevo scritto inizialmente in italiano, la lingua delle mie origini, che ho avuto la fortuna di conservare grazie ai miei genitori.
Ma vivo in Germania, ho amici e conoscenti tedeschi e desideravo che anche loro potessero leggere ciò che avevo creato.
È stato allora che ho compreso quanto possa essere complesso lavorare su due lingue.
Tradurre un romanzo non significa semplicemente sostituire parole italiane con parole tedesche.
Significa confrontarsi con strutture linguistiche differenti, modi di dire, ritmi narrativi e sfumature culturali che non sempre trovano un equivalente immediato.
Una delle difficoltà più particolari che ho incontrato nella traduzione del romanzo dall’italiano al tedesco riguarda l’umorismo, soprattutto quello legato alle battute e alle espressioni dei personaggi romani e napoletani.
Vivendo tra due culture, ho avuto spesso occasione di osservare quanto il senso dell’umorismo possa cambiare da un Paese all’altro. Un esempio interessante è il programma LOL, che esiste sia in Italia sia in Germania. Guardando le diverse edizioni, ho notato come la comicità italiana giochi spesso sulla spontaneità, sulle situazioni assurde e sulle reazioni improvvisate, mentre in quella tedesca ho riscontrato più frequentemente battute asciutte e dirette. Naturalmente sono impressioni personali, non regole valide per tutti.
Un altro esempio che mi viene in mente è il film Una notte al museo. Nel doppiaggio italiano, la parlata romanesca utilizzata per alcuni personaggi romani rende particolarmente divertenti i loro confronti con i cowboy. Non è soltanto ciò che dicono a far sorridere, ma soprattutto come lo dicono.
Ed è qui che nasce il problema della traduzione letteraria: come si può tradurre in tedesco una battuta romana che fa ridere un italiano proprio perché è romana?
La risposta è che non si può semplicemente tradurla parola per parola. Si rischierebbe di conservare il significato della frase, perdendo completamente l’ironia.
Nel mio romanzo ho dovuto quindi confrontarmi con questo limite, cercando di trasmettere il senso delle battute e il carattere dei personaggi anche quando non era possibile riprodurre esattamente lo stesso effetto comico. Non significa trasformare un romano o un napoletano in un personaggio tedesco, ma trovare un equilibrio tra la fedeltà all’originale e la comprensibilità del dialogo.
Ho imparato così che tradurre un romanzo non significa soltanto passare da una lingua all’altra.
Significa anche cercare di far incontrare due modi differenti di percepire l’ironia, sapendo che alcune sfumature culturali non potranno mai essere trasferite perfettamente.
Ho dovuto quindi confrontarmi non soltanto con la fedeltà al contenuto originale, ma anche con la necessità di rendere la narrazione naturale per chi legge in tedesco.
A questo si aggiungono le difficoltà della pubblicazione: preparazione dei testi, controlli, impaginazione, copertine e distribuzione. Tutti aspetti che, prima di intraprendere questo percorso, conoscevo soltanto in parte.
Questa esperienza mi ha insegnato soprattutto una cosa: scrivere un romanzo e riuscire a pubblicarlo sono due sfide differenti.
La prima richiede immaginazione, pazienza e costanza. La seconda richiede organizzazione, capacità di affrontare problemi nuovi e disponibilità a rivedere continuamente il proprio lavoro.
Oggi, dopo la pubblicazione del mio primo romanzo in italiano e in tedesco, non considero questo percorso concluso. Continuo a imparare, a confrontarmi con osservazioni e a cercare di migliorare.
Non so dove mi porterà questa esperienza, ma so da dove è cominciata: dal desiderio di raccontare una storia a mia figlia.
E forse è proprio questa la lezione più importante che ho imparato.
Non sempre una passione nasce da un grande progetto. A volte nasce da qualcosa di molto piccolo, e siamo noi, con il tempo e la perseveranza, a scoprire quanto lontano possa portarci.
![]()




2 Comments
Alma Gjini
Nicola, ho letto con molto interesse la tua testimonianza, perché il rapporto tra scrittura e lingue diverse è un argomento che sento particolarmente vicino. Scrivo anch’io in più lingue: albanese, italiano e inglese, e qualche volta mi sono cimentata anche con il russo, che ho studiato per ben quattordici anni.
Vivere tra più lingue è una ricchezza straordinaria, ma credo che ci sia una differenza tra conoscere una lingua, usarla per comunicare e sentirla davvero come propria voce. Vivendo in Italia da moltissimi anni, oggi prediligo l’italiano, perché è la lingua in cui penso e nella quale sento di poter spaziare maggiormente, giocare con le parole, esplorare sfumature e abbandonarmi alle possibilità del linguaggio. È una lingua che, nella mia esperienza, mi offre una libertà espressiva difficilmente eguagliabile e mi permette anche di inventare qualche parola ogni tanto 🙂 .
C’è poi un aspetto della traduzione sul quale mi trovo particolarmente vicina alla tua riflessione. Quando traduco dall’albanese o dall’inglese all’italiano o viceversa, non cerco quasi mai una traduzione letterale: preferisco una traduzione poetica. La traduzione letterale, spesso e volentieri, rischia di sacrificare la fluidità dell’immagine, il respiro e la musicalità del testo. Per questo preferisco tradurre l’immagine, farlo parlare, non la parola. Cerco di restituire ciò che un’espressione evoca, ciò che lascia intuire, la sua atmosfera, piuttosto che rincorrere una corrispondenza perfetta tra vocaboli. Perché, a volte, essere fedeli a ogni singola parola significa tradire proprio l’anima di ciò che si sta traducendo e renderla statica.
Trovo molto interessante, quindi, la tua riflessione sulle difficoltà della traduzione, soprattutto quando si tratta di restituire ironia, ritmo e identità culturale. Le parole si possono tradurre, ma non sempre si riesce a trasferire intatto tutto ciò che vive dietro di esse.
Complimenti per aver trasformato una passione nata per tua figlia in un progetto così impegnativo e per averci raccontato il percorso che ti ha portato fin qui.
E forse è proprio questo il bello delle lingue, ognuna ci apre una porta diversa sul mondo, ma non tutte ci fanno sentire a casa nello stesso modo.
Un caro saluto
Alma
giuliana
Grazie per aver condiviso questa interessante esperienza. Giuliana.