Volevo fare un paio di pantaloni, mi sono uscite delle mutande
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Volevo fare un paio di pantaloni, mi sono uscite delle mutande

Qualche tempo fa ho scritto un racconto per una rubrica che prevede un massimo di cinque minuti di lettura, un tempo ragionevole per raccontare una storia senza costringere il lettore a chiedere un permesso dal lavoro per arrivare alla fine.

Terminata la prima stesura, ero abbastanza soddisfatta: il racconto mi piaceva, i personaggi si comportavano come avevo previsto e la storia aveva il suo ritmo. Poi ho aperto Word per controllare il conteggio dei caratteri e mi sono ritrovata davanti a una cifra che non prometteva niente di buono.
Settemila e rotti.
Maledetto Word! Per rientrare nei cinque minuti avrei dovuto fermarmi a circa seimila caratteri, e invece avevo superato abbondantemente il limite. Non potevo certo ignorare il problema, perciò bisognava intervenire.

Ho cominciato a tagliare una frase qui, un aggettivo là, accorciando un dialogo ed eliminando qualche descrizione che mi sembrava poco importante. Ogni tanto tornavo a controllare il conteggio, ma quel numero sembrava non scendere mai abbastanza e allora giù con le forbici, sempre più decisa a rientrare nei limiti. Ero talmente concentrata sulle parole da eliminare che, senza rendermene conto, avevo smesso di prestare attenzione a quello che stava succedendo alla storia.

Quando ho finito, mi sembrava tutto a posto: avevo alleggerito il racconto, eliminato il superfluo e ottenuto un testo più breve, senza che mi sembrasse di aver sacrificato nulla di importante. Un ottimo lavoro, pensavo, e con quella convinzione l’ho lasciato riposare per qualche ora.

Quando l’ho riletto, però, mi è preso un colpo. Povero racconto! Era come se avessi voluto confezionare un bel paio di pantaloni estivi, di quelli allegri con la stoffa piena di fiori colorati, e a forza di accorciare, rifilare e sistemare mi fossi ritrovata con un paio di mutande. E il peggio era che, a furia di sforbiciare, erano spariti anche i fiori.

Ho controllato nuovamente il tempo di lettura e ho scoperto che, anziché avvicinarmi ai cinque minuti consentiti, ero scesa addirittura a tre. Avevo sacrificato due minuti di storia sull’altare della brevità, ottenendo un risultato che non aveva più né il ritmo né l’allegria della versione originale.

L’ho pubblicato ugualmente, perché in fondo il limite l’avevo rispettato, anche se ormai cominciavo a rendermi conto che avrei potuto fare un lavoro decisamente migliore.

E dire che, mentre tagliavo, ero convinta di migliorarlo! Il problema era che continuavo ad avere in mente la versione completa, con tutti i suoi particolari, le situazioni e le battute, perciò sapevo perfettamente cosa succedeva, perché succedeva e cosa avrebbero dovuto fare i personaggi. Peccato che sulla pagina non ci fosse più traccia di tutto quello che ricordavo.

Io sapevo cosa avevo tolto, mentre il lettore non poteva certo indovinarlo, e quelle piccole situazioni comiche che nella mia memoria erano ancora presenti, in realtà erano finite nel cestino insieme agli aggettivi, alle descrizioni e a qualche povera subordinata innocente.

A quel punto mi sono chiesta se eliminare l’inessenziale fosse davvero una regola così semplice da applicare, perché una cosa è togliere una ripetizione inutile e un’altra è cancellare la frase che prepara una battuta, il gesto che caratterizza un personaggio o il dettaglio che rende divertente una scena. Non tutto ciò che sembra superfluo lo è davvero e, soprattutto, non tutto ciò che si può accorciare migliora accorciandolo.

Da questa esperienza ho ricavato un metodo che, da oggi in poi, cercherò di mettere in pratica, sperando di evitare un’altra disavventura sartoriale.

Per prima cosa scriverò come mi viene, senza preoccuparmi troppo della grammatica, della punteggiatura, delle ripetizioni o di qualche frase che non suona proprio benissimo. Se un personaggio vuole parlare, lo lascerò parlare e, se una descrizione mi sembra necessaria, la scriverò senza stare a contare ogni parola, perché per le pulizie ci sarà sempre tempo.

Poi rileggerò e correggerò, sistemando gli errori, eliminando le ripetizioni inutili e accorciando soltanto ciò che davvero non funziona, senza trasformarmi in una tagliatrice seriale di aggettivi e subordinate. E se un passaggio avrà bisogno di essere ampliato anziché ridotto, cercherò di dargli tutto lo spazio necessario.

A quel punto lascerò riposare il testo, anche soltanto per qualche ora, nella speranza che una piccola pausa mi permetta di dimenticare almeno una parte di quello che avevo scritto e di tornare a leggerlo con occhi meno indulgenti.

Infine lo rileggerò e valuterò il risultato, cercando di capire se la storia funziona ancora, se i personaggi sono rimasti interi e se quello che volevo raccontare si trova davvero sulla pagina oppure soltanto nella mia testa. E se qualcosa non funzionerà, ricomincerò a lavorarci, senza preoccuparmi di dover aggiungere qualche parola invece di toglierla.

Del resto, una cosa l’ho capita: prima di mettermi a tagliare un racconto, sarà meglio controllare bene le misure. 😀

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2 Comments

  • giuliana

    E’ capitato anche a me. in un sito di ” racconti brevi ” Quando ho sistemato il mio raccontino tagliando le frasi superflue ( o presunte tali) , sistemato virgole e punti e virgola sembrava un mutilato di guerra: così l’ho riscritto del tutto, ma non mi piaceva così ho recuperato l’originale e l’ho spedito in un sito dove si accettavano anche racconti lunghi.O perlomeno “ragionevolmente lunghi. Cosa ci insegnano queste esperienze? Assolutamente niente. Quello che è : Non accettiamo di tagliare le nostre ” Opere d’Arte. Forse che Leonardo ha lasciato fuori qualche Apostolo perchè non entrava nello spazio dell’affresco? No. Non ci ha proprio pensato. Ciao a tutti e buona vita. Adesso vado a sistemare un racconto lunghissimo, poi lo pubblico e vi prego ardentemente di commentarlo. Ciao, Giuliana. ( parlate di me, magari parlatene male ma parlatene ) Non ricordo chi ha detto questa frase.

    • Cristina

      Cara Giuliana, credo che alleggerire un racconto sia spesso utile, qualche taglio può persino migliorarlo. Il problema nasce quando ci facciamo prendere troppo la mano e, insieme alle parole superflue, eliminiamo anche ciò che dava vita alla storia.
      È proprio quello che è successo a me! Quanto a Leonardo, forse qualche apostolo lo avrebbe anche spostato, ma dubito che ne avrebbe lasciati soltanto sei!
      Aspettiamo il suo prossimo racconto, allora, e promettiamo di leggerlo con attenzione!

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