Cosa accade quando una poesia incontra chi la legge?
Scorrere le poesie sui social è diventato spesso un esercizio faticoso. Ci si imbatte troppo spesso in due estremi: da un lato l’ostentazione di sentimenti urlati, conditi da un linguaggio artificiale fatto di mari, lune e passioni esagerate che suonano false dopo due righe; dall’altra la tendenza a trasformare la memoria in un tribunale, dove le figure familiari diventano il bersaglio di recriminazioni e conti da saldare.
Poi ci si ferma, non perché il testo usi parole difficili o si metta in mostra, ma perché suona come qualcuno che sta dicendo una cosa vera.
È quello che fa Andrea Casoli in “Siete stati”, una poesia dedicata ai genitori che sceglie una strada oggi rara: la misura, la semplicità e il rispetto del ricordo.
Siete stati
Ti sei spento nella notte
come l’abito di scena
passeggiando sulla luna
tutto il tempo che permette.
Ti sei spenta nella notte
come un’anima in catena
sorridendo da bambina
tutto il bene che ci mette.
Siete stati la vetrina
di una vita tutta buona,
la bellezza di una scena
mentre arriva una regina.
Andrea Casoli, 28/9/2026
La forza di questi versi sta in un’apparente semplicità che non è mai banalità. C’è una differenza fondamentale tra ciò che è semplicistico e ciò che è semplice: il primo stanca in fretta, il secondo può parlare a chiunque. Il punto, allora, non è stabilire se una poesia debba essere facile o difficile, ma chiedersi se riesca davvero a raggiungere chi legge.
Una poesia semplice può contenere molto; una poesia complicata, invece, non contiene necessariamente di più. Talvolta richiede un bagaglio culturale enorme e, anche possedendolo, resta comunque chiusa, perché dietro la complessità non sempre c’è altrettanta sostanza.
Mi piace pensare che una poesia possa arrivare tanto alla sciura Maria, casalinga di Voghera, quanto al professor Mario, insegnante di lettere a Padova. Non perché i due lettori la leggeranno nello stesso modo, ma perché entrambi potranno entrarvi e trovarvi qualcosa di proprio. Entrambi la comprendono e la “usano”, perché entrambi vi riconoscono qualcosa che li riguarda.
Casoli in questi versi ci racconta la scomparsa di due genitori senza alzare la voce. “Ti sei spento”, “ti sei spenta“: due verbi quasi sussurrati, che bastano a dire il dolore senza doverlo esibire.
C’è un padre che potrebbe essere un sognatore, affidato a immagini sospese come l’ “abito di scena” e il “passeggiare sulla luna”; e una madre che appare invece più legata al peso concreto della vita. “Un’anima in catena” suggerisce responsabilità, vincoli, forse quella funzione di tenuta che per molto tempo è ricaduta sulle donne di casa. Eppure resta “sorridendo da bambina“: come se, dentro quel ruolo, fosse rimasta intatta un’innocenza, un sogno. Sono versi dove non c’è la tentazione di vivisezionare le colpe, non ci sono rimproveri né domande lasciate sospese.
“Una vita tutta buona” è disarmante proprio per questo: non apre una resa dei conti, ma trattiene e cristallizza ciò che resta del ricordo, rispetto, affetto, gratitudine e, forse, malinconia.
In un panorama letterario dove non mancano parole altisonanti usate a sproposito o traumi esposti come credenziali poetiche, “Siete stati” dimostra che una poesia può essere costruita con cura senza mostrare continuamente la propria costruzione. Bastano parole chiare, una forma che la sostiene senza sovrastarla, e quella rara capacità di parlare a lettori molto diversi senza escluderne nessuno.
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