Italo Calvino: lo scrittore che non stava mai fermo
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Italo Calvino: lo scrittore che non stava mai fermo

Italo Calvino a scuola arriva di solito con tre titoli in valigia: Il barone rampante, Marcovaldo, Il sentiero dei nidi di ragno.

Sono tre libri belli, e proprio per questo si finisce per credere di aver capito tutto, poi si scopre che ha scritto di partigiani, di cavalieri vuoti, di una Luna raggiungibile con la scala, di città che non esistono. Calvino quindi è molto più strano, e molto più divertente, di quanto la sua fama da programma scolastico lasci immaginare.

Uno che doveva fare l’agronomo

Calvino nasce nel 1923 a Santiago de Las Vegas, a Cuba, ma non per un motivo esotico: i genitori erano due scienziati italiani che lavoravano lì con le piante. Pochi anni dopo la famiglia torna in Italia e lui cresce a Sanremo, in una villa piena di serre ed esperimenti botanici.

Sembrava scritto che avrebbe fatto l’agronomo anche lui, si iscrive infatti ad Agraria, poi cambia strada e si laurea in Lettere con una tesi su Joseph Conrad. Un figlio di botanici che molla il mestiere di famiglia per scrivere storie: ai genitori sarà sembrata una piccola ribellione.

Il ragazzino con la pistola

Durante la guerra Calvino fa il partigiano, da quell’esperienza ricava il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno (1947).

Il protagonista è Pin, un ragazzino di strada che prende in giro tutti, ruba la pistola a un soldato tedesco e la nasconde in un posto segreto, dove i ragni fanno il nido. La guerra la vediamo dai suoi occhi: gli adulti si comportano in modi che lui non capisce, e quindi non li capiamo bene nemmeno noi. È una scelta intelligente, e resterà una specialità di Calvino: anche quando racconta cose enormi, le guarda da un punto di vista che nessuno si aspetta.

Il tipo che si è rifiutato di mangiare le lumache

Negli anni Cinquanta C. decide che il realismo lo annoia e scrive tre storie fantastiche che funzionano benissimo. Sono Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, riunite sotto il titolo I nostri antenati.
Un visconte viene diviso in due da una cannonata: una metà è totalmente buona, l’altra totalmente cattiva. (Spoiler: la metà buona risulta insopportabile quasi quanto l’altra.)
Un cavaliere esiste solo dentro la sua armatura, che è vuota, cammina, parla, combatte, e dentro non c’è nessuno.
Poi c’è Cosimo, il barone rampante, a dodici anni si rifiuta di mangiare un piatto di lumache, litiga con la famiglia, sale su un albero e giura di non scendere mai più. Mantiene la promessa per tutta la vita.

Sembra la storia di un ragazzino testardo, ed è anche quella, ma Cosimo, lassù, non si limita a fare l’eremita: legge, studia, si innamora, fa amicizia con i banditi, incontra perfino Napoleone, sta in un posto diverso da tutti, e da lì vede più cose. Il trucco di Calvino è questo.

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!
da “Il barone rampante”

Leggi e scarica:  Il barone_rampante-pdf

Marcovaldo (1963) è fatto di venti racconti brevi, uno più sfortunato dell’altro. Marcovaldo è un operaio che vive in una città grigia e fa di tutto per trovare un pezzo di natura: funghi spuntati vicino a una fermata del tram, un po’ di silenzio, la luna dietro le insegne luminose e quasi ogni volta finisce nei guai.

Si ride, ma sotto c’è anche qualcosa di malinconico, perché Marcovaldo cerca un mondo che in città è sempre più difficile da trovare. Eppure non si arrende, e il libro non lo costringe a farlo.

Quando la Luna era vicina e qualcuno voleva fare le tagliatelle

Poi C. scopre la scienza e ci si diverte moltissimo. Nelle Cosmicomiche (1965) racconta la storia dell’universo attraverso Qfwfq, un personaggio che ricorda quei miliardi di anni come fossero ricordi di famiglia.

In un racconto la Luna è così vicina alla Terra che ci si può salire con una scala e raccogliere il latte lunare con un mestolo. In un altro tutto l’universo è schiacciato in un punto solo, e a un certo momento una signora dice che, se ci fosse un po’ di spazio, farebbe volentieri le tagliatelle per tutti. Il Big Bang, in pratica, nasce da una voglia di cucina.

La scienza, raccontata così, smette di sembrare una materia e diventa una storia.

Scrivere con le regole per fare più fatica (di proposito)

A un certo punto C. si trasferisce a Parigi e frequenta l’Oulipo, un gruppo di scrittori e matematici che si divertivano a scrivere con regole assurde. L’idea era che i limiti non soffochino la fantasia: la costringono a trovare strade nuove.

C. ci prende gusto e, nel Castello dei destini incrociati i personaggi hanno perso la voce e raccontano le proprie storie disponendo carte dei tarocchi. In Se una notte d’inverno un viaggiatore il protagonista sei tu, il lettore: cominci dieci romanzi diversi e nessuno arriva alla fine, perché ogni volta il libro si interrompe sul più bello. Una tortura, ma molto elegante.

Il lavoro vero: Calvino faceva anche l’editor

Mentre scriveva tutto questo, lavorava all’Einaudi, una delle case editrici più importanti d’Italia: leggeva libri di altri, decideva cosa pubblicare, correggeva. Nel 1956 pubblica le Fiabe italiane, duecento fiabe raccolte da tutta la penisola e riscritte da lui, perché l’Italia era piena di storie, ma ognuna in un dialetto diverso.

Città che non esistono e un signore che guarda un’onda

Nelle Città invisibili (1972) Marco Polo racconta all’imperatore Kublai Khan città immaginarie, una dopo l’altra. Nessuna esiste davvero, ma ognuna sembra parlare di una città vera: la tua, magari, o di come ci si sente a viverci.

Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da “Le città invisibili”

Leggi e scarica: Le citta_invisibili

In Palomar (1983) Calvino mette al centro un signore che passa le giornate a osservare cose minuscole. In un capitolo prova a guardare una sola onda del mare, e non ci riesce, perché ogni onda si mescola alle altre. Sembra una scemenza, ed è invece un esercizio di attenzione: come si guarda bene una cosa sola in un mondo che ne mostra mille?

Quando c’è una bella notte stellata, il signor Palomar dice: «Devo andare a guardare le stelle». Dice proprio «Devo», perché odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta la quantità di stelle che gli viene messa a disposizione.
da “Palomar“

L’ultimo lavoro, incompiuto

Nel 1985 Calvino prepara sei lezioni da tenere negli Stati Uniti, all’Università di Harvard. Il 19 settembre muore a Siena per un’emorragia cerebrale, prima di partire. Ne aveva scritte cinque; la sesta, che doveva chiamarsi Consistency, restò solo un titolo.

Le lezioni uscirono dopo la sua morte come Lezioni americane e parlano di cinque qualità che secondo lui la letteratura dovrebbe portare nel futuro: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. Sono pensate per chi scrive, ma funzionano anche per chi legge: cercare la parola giusta, e non una di più.

In breve

Calvino ha scritto di partigiani, di cavalieri vuoti, di Lune a portata di scala, di città inventate. È partito dal realismo, è arrivato nello spazio, è passato per i tarocchi. Il filo che tiene insieme tutto è semplice: guardare le cose da un altro posto, e accorgersi di quello che prima sfuggiva.

Il consiglio di Cosimo vale per tutti: ogni tanto, cambiare punto di vista, un albero va benissimo

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che stiamo insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino a non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

 Da Le città invisibili- I.Calvino

 

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