Per molto tempo ho avuto della metrica un’idea semplicissima: roba da scuola, roba da vecchi.
Endecasillabi, settenari, quartine, rime baciate, alternate e, già che ci siamo, anche un po’ imbalsamate. Roba che fa venire in mente poeti morti da centocinquant’anni e professori armati di matita rossa, pronti a punire con un’insufficienza chi sbaglia un endecasillabo.
Interessante, per carità, utile per capire come scrivevano una volta, ma utile per chi oggi vuole mettere quattro parole su una pagina e chiamarle poesia? Assolutamente no.
Poi, ho ascoltato una persona che con queste cose aveva molta più confidenza di me, illustrare quartine, misure, versi lunghi e versi brevi, rime, accenti, variazioni con “amore” , si amore, e si entusiasmava pure! ma sopratutto non aveva l’aria di uno costretto a risolvere un problema di geometria: si stava proprio divertendo.
A quel punto mi è venuto un dubbio.
Ho preso una poesia breve di un autore che amo e ho provato a capire perche mi piacesse cosi tanto. Cosa si nascondeva sotto una composizione che, a prima lettura, sembra semplicemente naturale?. Era uno di quei testi che avevo sempre letto pensando: «Cribbio, quanto è bravo questo!». Mi piaceva tutto, le parole, il tono, il modo in cui le immagini arrivavano senza fare rumore. Attribuivo tutto al talento naturale, quel misterioso dono per cui qualcuno mette insieme quattro parole e noi restiamo lì a dire: «Accidenti, però».
Così l’ho presa e l’ho letteralmente smontata come si fa con una radiosveglia, e sotto c’era parecchia roba, dai versi brevi alternati a versi più lunghi, quinari, settenari ed endecasillabi, o misure che andavano d’accordo come si conoscessero da anni.
Pause piazzate in punti precisi, capaci di rallentare o interrompere il movimento esattamente dove il senso lo chiedeva, parole lasciate sole, che proprio per questo pesavano di più. Richiami sonori, piccole corrispondenze interne più una gestione attentissima della lunghezza dei versi: passaggi stretti nei momenti di arresto, più distesi quando l’immagine aveva bisogno di spazio.
Insomma, io avevo sempre guardato solo la superficie, senza sospettare che sotto ci fosse una specie di griglia a sostenere il tutto. E invece c’era ed era lì da sempre.
Da quel giorno la metrica ha cominciato a sembrarmi meno una vecchia zia impolverata che pretende una rima in fondo a ogni verso.
Studiarla non significa mettersi a scrivere sonetti fino allo sfinimento, né affacciarsi alla finestra con la palandrana e lo sguardo tormentato in attesa dell’ispirazione, ma significa imparare come funziona un verso: dove respira, dove accelera, dove si ferma, cosa succede quando si allunga, quando si spezza, quando una parola viene lasciata sola.
Poi, volendo, si può fare anche tutto il contrario.
È un po’ come costruire una casa, nessuno pretende che una casa moderna abbia per forza quattro muri dritti, il tetto spiovente e le finestre tutte uguali. Possiamo farla con pareti curve, aperture triangolari, vetri enormi, scale sospese e magari anche una stanza rotonda, se proprio ci diverte, ma prima sarebbe il caso di sapere perché un muro sta in piedi.
Con la scrittura succede qualcosa di simile.
Quando impariamo a scrivere, ci insegnano verbi, tempi, punteggiatura, concordanze, soggetti e complementi, una volta imparati, arriva un momento in cui smettiamo di pensarci. Nessuno, scrivendo una poesia, si ferma compiaciuto a esclamare: «Magnifico, ho appena usato un complemento di specificazione!», lo usa e basta.
Con il ritmo poetico, probabilmente, succede lo stesso, chi ha frequentato a lungo misure, accenti e pause può arrivare a non dover più contare le sillabe con le dita. A un certo punto l’orecchio sa quando una frase regge e quando invece zoppica.
Ed è forse qui che nasce l’equivoco di chi dice che scrivere in metrica è “roba da vecchi”.
La metrica non serve per scrivere poesie da vecchi.
Serve a capire come regge un verso, così poi possiamo anche romperlo senza farlo crollare.
Chiunque può scrivere, non servono diplomi, lauree, autorizzazioni o certificati di idoneità poetica. Chiunque può avere qualcosa da dire: provare un sentimento fortissimo, innamorarsi, soffrire, perdere qualcuno, sentirsi solo e decidere di mettere tutto su una pagina.
Il problema è che il sentimento appartiene a chi scrive, non a chi legge.
Chi legge riceve parole e, tra quello che sentiamo noi e quello che sentirà lui c’è sempre una forma.
Possiamo scrivere «dolore», «amore», «anima», «cuore», «solitudine», «stelle», «infinito» e magari aggiungere un paio di lacrime per sicurezza. Quello che proviamo può essere autenticissimo, anzi, proprio perché lo è, abbiamo fretta di dirlo e rovesciamo tutto sulla pagina, ma non è detto che dall’altra parte arrivi con la stessa intensità.
La tecnica serve anche a questo: a trasformare un’esperienza privata in qualcosa che un’altra persona possa percepire, non sostituisce l’emozione, non la rende più vera e non la crea se non c’è, le dà però una forma capace di viaggiare.
Ed è probabilmente questa la differenza tra raccontare un sentimento e riuscire a farlo accadere sulla pagina.
Un verso breve può togliere il fiato, uno più lungo può trascinarsi dietro un’immagine, una pausa può aprire un vuoto, una parola messa da sola può pesare, all’improvviso, più di quanto peserebbe dentro una frase normale.
Il lettore non deve per forza sapere perché succede, succede e basta.
Ed è questa la parte che mi ha stupita di più: credevo di vedere tutto e vedevo solo la superficie. Quelle poesie mi piacevano, e non sapevo che parte del piacere dipendesse da qualcosa che non ero in grado di riconoscere.
Sotto sotto c’era una griglia invisibile ed era lei che teneva in piedi la casa.
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