Poesia o albero di Natale
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Poesia o albero di Natale?

La poesia è probabilmente una delle forme di scrittura più amate da chi pubblica sul web

C’è chi mette in versi un amore, una perdita, un ricordo, un paesaggio, chi cerca semplicemente un modo per dare forma a qualcosa che sente e chi spera, prima o poi, di essere letto o pubblicato, affidando alla poesia ciò che nella lingua quotidiana gli sembra difficile raccontare.

Forse proprio per questo, leggendo molti testi, si incontra spesso una sorta di linguaggio particolare, quasi una lingua parallela che sembra voler dichiarare continuamente al lettore: attenzione, questa è poesia. Il cielo diventa celeste, la luce si fa ambra, il silenzio è sospeso, l’amore struggente, il dolore abissale; compaiono anime, eternità, incanti, respiri, destini, sogni, come se una parola comune rischiasse di essere troppo povera per sostenere un verso.

C’è però un momento preciso in cui una poesia fa fermare e chiedere che cosa stia davvero cercando di dire, e non si tratta di quella buona ambiguità che apre due o tre letture possibili lasciando al lettore la libertà di scegliere quella che sente più vicina, ma dell’altro tipo di fermata, quella in cui si rilegge il verso più volte cercando di capire se l’autore intendesse davvero ciò che sembra dire o se sia sfuggito qualcosa.

Mi è successo di recente incontrando sul web un verso così composto:

“sul ciglio d’ambra del giorno”

La prima reazione è stata chiedermi che cosa fosse esattamente quel “ciglio”, per poi arrivare al significato di bordo, margine, orlo; “ambra”, a sua volta, suggerisce una luce calda, probabilmente quella dell’alba o del tramonto, e alla fine l’immagine si può ricostruire.

Ma proprio lì nasce la domanda interessante: tutta quella costruzione aggiunge davvero qualcosa?
Lo stesso nucleo potrebbe essere espresso con:

“sul bordo del giorno”

oppure:

“sull’orlo del giorno”

Il significato di fondo cambia pochissimo, mentre cambia molto il modo in cui l’immagine arriva: nel primo caso il lettore deve decifrare la formulazione, negli altri due vede immediatamente una soglia, un limite, qualcosa che sta per cominciare o finire, e può far lavorare la propria immaginazione senza essere costretto prima a risolvere un piccolo rebus.

Il problema, quindi, non è la parola “ciglio”, che può essere perfettamente legittima, e nemmeno “ambra”, che in un altro contesto potrebbe essere esattissima; il problema nasce quando il lessico ricercato sembra essere stato scelto soprattutto perché suona più poetico, quasi che “bordo” fosse troppo semplice, banale e avesse bisogno di un vestito più elegante.

È qui che alcuni testi cominciano ad assomigliare a un albero di Natale.
Una pallina può essere bellissima, una luce anche, un fiocco o un nastro pure, ma continuando ad aggiungere decorazioni si arriva a un punto in cui dell’albero si vede sempre meno la forma; con la poesia può accadere qualcosa di simile, perché ogni immagine preziosa, ogni aggettivo, ogni metafora chiede attenzione e, quando diventano troppi, il lettore finisce per osservare gli addobbi invece di ciò che dovrebbero mostrare.

Eppure la poesia può procedere anche nella direzione opposta.
Ungaretti, in Mattina, scrive:

“M’illumino
d’immenso.”

Due parole essenziali, nessun paesaggio descritto, nessun cielo nominato, nessuna anima dichiarata, nessuna spiegazione dell’emozione, eppure dentro quei due versi c’è una vastità enorme, perché l’esperienza è stata concentrata fino a lasciarne soltanto il nucleo.

La stessa intuizione, affidata a una scrittura desiderosa di mostrare tutta la propria “poeticità”, potrebbe facilmente trasformarsi in qualcosa del genere:

“Nel chiarore dorato del mattino
il cielo si spalanca senza confini,
l’anima si riempie di luce
e si perde nell’immensa vastità
di un nuovo giorno.”

Qui c’è tutto: il cielo, il mattino, la luce, l’anima, l’immensità, il nuovo giorno, tutto spiegato, tutto dichiarato, tutto messo in mostra.

Ungaretti compie invece l’operazione contraria: toglie, concentra, lascia soltanto ciò che serve, non perché abbia meno da dire ma perché ha trovato il punto esatto oltre il quale ogni aggiunta rischierebbe di togliere ossigeno al verso.

Questo non significa, naturalmente, che la poesia debba essere sempre breve, scarna o composta soltanto da parole comuni. Montale costruisce testi potentissimi anche attraverso muri, sterpi, merli, oggetti quotidiani e perfino sgradevoli, senza avere bisogno di trasformarli in qualcosa di più nobile di ciò che sono; Prévert riesce spesso a utilizzare una lingua vicinissima al parlato e a renderla immediatamente riconoscibile come poesia, mentre Amelia Rosselli può essere densissima, ardua, franta, perfino difficile da penetrare senza che la sua complessità abbia nulla a che vedere con il semplice desiderio di “abbellire” il verso.

La differenza, allora, non passa tra parole semplici e parole difficili, né tra poesia breve e poesia lunga, perché un testo può essere complesso, ricchissimo, barocco e perfettamente costruito, così come può essere semplice e banale; ciò che conta è che il linguaggio abbia una funzione e che ogni parola sembri essere lì perché necessaria, non perché appartiene a un immaginario convenzionale di ciò che “suona poetico”.

Forse dietro la tendenza ad addobbare i versi c’è anche una paura comprensibile, quella che scrivere semplice significhi scrivere poco, che una parola comune abbia meno valore di una parola preziosa, che un sentimento espresso senza ricami sembri meno profondo o meno autentico; e allora si aggiunge, si carica, si alza il tono, quasi per rassicurare chi scrive sul fatto che sì, quella che ha davanti è davvero poesia.

Ma la profondità non si misura dalla quantità di decorazioni, e la fatica richiesta al lettore non va confusa con la densità del testo.

Una poesia può essere scarna oppure sontuosa, immediata oppure difficile, breve oppure lunghissima; ciò che conta è che le parole non sembrino messe lì soltanto per ricordare al lettore che sta leggendo poesia.
Perché un albero di Natale non diventa necessariamente più bello aggiungendo un’altra pallina.
E nemmeno una poesia.


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