Nella seconda metà degli anni Cinquanta, la viuzza che conduceva dalla Mac Mahon alla stazioncina della Bovisa era stata organizzata in un ordinato complesso di casette bianche monofamiliari, seminascoste alla vista da intrichi di rose rampicanti, edere e viti. Da qualche anno, fra maggio e settembre, i giostrai si trasferivano qui da piazza Prealpi, ormai quasi soffocata da bar, baracchini dove si vendevano cocco e anguria e, soprattutto, dal teatro all’aperto, che tendeva a diventare stabile e a occupare sempre più spazio.
In una giornata umida, io e i miei amici, i fratelli Elda ed Eliano, ci addentrammo in questa via e ci avvicinammo a uno stand dove si vincevano pesciolini rossi, se si riusciva a centrare con una pallina la boccia in cui nuotava il pesce. Una donna dai capelli scuri, con l’aria più annoiata che stanca, leggiucchiava un giornale illustrato mentre accarezzava un gatto lungo disteso sul suo grembo, addormentato e visibilmente felice. Erano le due del pomeriggio, non c’era nessuno in giro. Sapevamo tutti e tre che bisognava dare un senso a quel pomeriggio.
«Tu che hai i soldi, fai qualche tiro. Magari vinci il pesciolino rosso», dissi a Eliano, che aveva qualche mese più di me. Era un tipo quadrato, un risparmiatore, sempre pieno di soldi.
Lui mi porse due lire.
«Prova tu, ma dopo me le ridai.»
La donna dall’aria annoiata si alzò e mi porse sei palline bianche. Non presi nemmeno lontanamente la mira: mai avrei immaginato di vincere qualcosa. Invece centrai la boccia. La signora del baracchino, con l’aria di pensare ad altro, mi consegnò una bustina di plastica in cui nuotava il pesciolino vinto, trasferito con un mestolo dalla boccia di vetro. Il pesce mi guardava sgomento, incerto se benedire o maledire la sorte, ma io lo rassicurai promettendogli vaschette grandissime, con i sassolini e tutto quanto.
La sorella di Eliano, una ragazzina di due anni più giovane di me, Elda, che fino ad allora era rimasta zitta e piuttosto indifferente, camminava al mio fianco, silenziosa, e, come al solito, mi stava appiccicata come fosse cieca. Eliano ci precedeva di qualche passo.
Poi avvenne quello che ci aspettavamo: Eliano reclamò il pesce. Era stato vinto con i suoi soldi e lo voleva. Per un po’ gli diedi retta, ma poi prese a saltellarmi intorno. Non la smetteva più: era insistente, agguerrito; la vena azzurra sulla tempia gli pulsava, come sempre accadeva quando era agitato. Eliano aveva il cuore malato e tutti sapevano che, arrivato alla pubertà, sarebbe morto. Lo dicevano i dottori e per questo, la domenica, si andava alla chiesa lontana dedicata alla Madonna di Lourdes per chiedere la grazia della guarigione. Veniva anche il signor Giurlani, un bell’uomo di poche parole che lavorava in banca e aveva la passione dell’antiquariato.
«Perché, signora Giurlani, non andiamo a San Gaetano, che è vicino?» chiesi una volta.
«Non vorrai mettere la potenza della Madonna a confronto con quella di San Gaetano?» rispose lei. Poi aggiunse: «Si tratta della Madonna di Lourdes!»
Il viso le era pallido mentre diceva così, ma i movimenti erano, come al solito, vivaci e decisi.
Io non credevo tanto a questa malattia. Dopo tutto, Eliano aveva un bel caratterino e non era poi così pallido, almeno in viso. I suoi occhi scuri bruciavano come la fiamma di una lampadina riparata dal vento. Lui sapeva di essere ammalato. Aveva dodici anni e il terrore di morire. Non gli importava di correre e giocare; si sarebbe accontentato di poter continuare ad arricchire la raccolta di francobolli, recitare e fingere di essere Capitan Blood. Si disperava quando gli sudavano troppo le mani e il cuore batteva come un forsennato.
Adesso sembrava che quel pesce fosse lo scopo della sua vita. Lo rimbeccavo e la discussione non aveva più termine. Ma Elda mi avvertì con un cenno di stare all’erta. Si stava avvicinando la signora Giurlani. Conduceva a mano la bicicletta, con il cesto davanti strapieno di frutta e verdura, omaggio dei negozianti e dei contadini di Bollate, genitori dei suoi alunni. Bollate è un paese a qualche chilometro da Milano.
In quel momento della mia vita di bambina, per nessuna ragione al mondo avrei voluto dispiacere alla signora Giurlani, che mi garantiva la compagnia dei suoi figli al pomeriggio e nella prima serata. Poi arrivavano papà e mamma dal lavoro.
Vista la signora, assunsi l’aria serena e furbetta di chi scherza e diedi il sacchettino a Eliano. Ascoltata la questione, la signora sentenziò:
«Farete tre giorni per uno. Va bene?»
Ma certo che andava bene!
Elda disse: «Per me…»
Io e il mio amico fummo molto precisi. Il nostro pesce rosso nuotava nella boccia di vetro nuova, con sul fondo dei sassolini raccattati lungo i binari del tram numero dodici. Ogni tre giorni avveniva il trasloco.
Dopo tre mesi, Eliano iniziò a frequentare un corso per cresimandi. Don Antonio, giovanissimo assistente della parrocchia, insegnava il catechismo ai bambini nell’oratorio che era stato una palestra del dopolavoro. A volte era talmente impegnato con la Chiesa che non veniva nemmeno a ritirare il pesce quando era il suo turno, però cominciò a pensare a lui seriamente.
«Non è bene che il pesce sia solo. Per questo è triste. Dobbiamo procurargli una compagna», decise.
A me e a Elda il pesce sembrava tranquillo, anzi felice. Però decidemmo di accontentare Eliano.
Comprai un pesce meraviglioso nella pescheria più chic di Milano, quella in via Spadari. Era grande, viola, punteggiato di rosso.
«L’ho preso bello, così nasceranno figli belli.»
Si vedeva subito che il nuovo arrivato era una bellissima femmina. Mi espressi con cautela, perché sapevo che, da quando andava al catechismo, Eliano disapprovava parlare e sentir parlare di «certe cose».
Visto che il fratello non parlava, Elda azzardò:
«Così, la notte, si sposano.»
Ridacchiò.
«Siete due sceme», commentò Eliano. «Ma non sapete che i pesci depositano le uova?»
La cosa finì lì. Il nuovo arrivato dimostrò subito un temperamento autoritario: richiedeva spazio e cibo con prepotenza, girava per la boccia come se fosse l’unico inquilino, si dava un sacco d’arie. In due giorni ridusse in pezzi il sistema nervoso del pesciolino rosso. Poi ricorse alle vie di fatto e cercò di mordicchiarlo.
Noi tre assistevamo a queste dolorose scene senza intervenire, perché Eliano diceva:
«La natura deve fare il suo corso.»
Poi, sottovoce, per non farsi sentire dalla madre, aggiungeva:
«Dio non interviene a causa, naturalmente, del libero arbitrio»,
«Sì, va bene», contestò Elda, che era timida ma di indole pratica. «Ma allora non è nemmeno nella natura del pesce vivere in una boccia.»
Su questo punto ero d’accordo con la mia amica, ma stavo zitta per arginare la discussione, che fu comunque portata al giudizio della signora Giurlani. Lei affermò che Eliano aveva ragione e che Elda poteva anche stare zitta, qualche volta. Elda tenne il muso per due giorni. Lei non diceva mai alla madre le sue ragioni: teneva il muso. Poi le passava.
Dopo qualche giorno, il pesciolino rosso cominciò a dar segno di rallentamento e di malessere.
«Per me, la vaschetta è troppo piccola. Non c’è abbastanza aria per tutti e due», commentò mia madre.
Tante volte la sua semplicità mi aveva dato fastidio. Come adesso. Senza immaginazione, lei! Avevo letto che, per certa gente, una rosa è solo una rosa. Bene, lei era così.
Una mattina trovammo il pesciolino rosso che galleggiava a pancia in giù.
«Chissà cosa è successo questa notte!»
«È stato il tuo pesce», disse Eliano. «È un assassino e quindi, secondo le leggi divine e umane congiunte, deve essere punito.»
«Ma… la grazia?» azzardò Elda.
«No, niente», decise Eliano.
Così punimmo il colpevole gettandolo nel water. Non tirammo subito l’acqua. Vedemmo il bellissimo pesce viola arrancare e strisciare penosamente. Certo si domandava perché gli stesse accadendo tutto questo. Eliano lo osservava e la vena azzurra gli pulsava sulla tempia.
«Non vuole morire», mormorò Elda.
«Che si vergogni», replicò Eliano.
Tirò l’acqua. Si era disgustato di giocare a fare Dio.
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One Comment
Cristina
Mi è piaciuto molto, Giuliana. Soprattutto il personaggio di Eliano, con quella sua paura di morire e poi la decisione di condannare il pesce. Elda invece, con poche parole, riesce a dire molto di più.
Un bel racconto, davvero.
Benvenuta tra noi 🙂