Mi morde il ventre la tua ombra
prima ancora che mi tocchi.
Un ingranaggio di sale
si avvia nella gola:
richiamo cieco
che la carne impara prima del nome.
Ti pieghi su di me
con il peso sordo della pioggia,
febbre, respiro corto,
finché la gabbia delle costole
cede allo scatto.
Innestami
nel tuo orologio di carne,
lì dove la molla del sangue tira più stretta
e la carotide batte
non il tempo,
ma la forza dell’impatto.
Ti arrampichi sulla mia schiena
con la pazienza feroce
di una radice che spacca la pietra.
Sotto le dita la pelle cambia voce.
Lasci ferro, sale,
un solco di miele caldo.
Poi i denti,
a segnare il secondo esatto
del punto di rottura,
lì dove la carne cede alla febbre.
Sparisce il confine:
restano muscoli, pressione,
il sangue che oscilla
da una parte all’altra del buio.
Due continenti incastrati sulla stessa faglia,
due metalli fusi nello stesso crollo.
E tremiamo
senza fare un solo rumore,
finché la pelle dimentica chi è,
finché le lancette dei corpi si arrestano,
finché non sappiamo più
chi trattiene chi,
finché non resta
che un unico animale cieco
con due bocche,
due corpi saldati nel buio,
e nessun confine
da restituire
al mattino.
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