cesare pavese e la sua poesia
Recensioni

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi: recensione e critica

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi 
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese da Il mestiere  di vivere

Nota
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi appartiene all’ultima produzione poetica di Cesare Pavese ed è stata poi inclusa nell’omonima raccolta pubblicata postuma nel 1951. La poesia fu scritta nei mesi che precedettero la morte dell’autore ed è spesso associata alla sua vicenda personale e all’amore non corrisposto per Constance Dowling. Tuttavia, in sede di lettura poetica, è importante non ridurre il testo a una semplice anticipazione del suicidio di Pavese. La biografia può offrire un contesto, ma non esaurisce il significato della poesia. Il vero lavoro del lettore consiste nell’entrare nelle immagini, nei simboli e nelle tensioni che il testo costruisce, lasciando che la poesia continui a parlare anche al di là della vita del suo autore.

Entriamo dentro una poesia di Cesare Pavese

Quando leggiamo Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, il rischio è quello di fermarci al titolo e pensare subito a una poesia che parla della fine della vita.
È un errore comprensibile, ma limitante, nel nostro Laboratorio Poetico proviamo a fare un esercizio diverso: spostiamo lo sguardo.

La prima domanda da porsi non è: di cosa parla questa poesia, ma: come costruisce il suo significato?

Già nei primi versi Pavese ci offre un indizio importante: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera…

Il futuro del verbo verrà sembra proiettarci verso un domani lontano, mentre invece il verso successivo ribalta tutto: la morte non arriverà, è già presente, ci accompagna ogni giorno.
Questo ci insegna una cosa fondamentale: nelle poesie non bisogna fidarsi troppo delle prime impressioni, spesso il significato si nasconde e viene costruito costruisce proprio nelle contraddizioni.

Un secondo elemento da osservare è la scelta delle parole.

Pavese non usa immagini spettacolari o macabre, non parla di tombe, cimiteri o oscurità ma sceglie parole comuni: occhi, mattina, specchio, silenzio.
È una lezione preziosa per chi scrive: la forza di una poesia non dipende dalla ricercatezza del vocabolario, ma dalla profondità delle relazioni che crea tra le parole.

Soffermiamoci ora sugli occhi.“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.”

A chi appartengono questi occhi?
Forse a una donna amata, forse alla morte stessa, forse a una parte di noi, la poesia non ci obbliga a scegliere una sola interpretazione. Ed è proprio qui che risiede una delle sue ricchezze: lascia uno spazio attivo al lettore.

Osserviamo poi un altro elemento importante: lo specchio.
“Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio.”
Lo specchio, in poesia, è spesso il luogo della verità, è il momento in cui cadono le maschere e restiamo soli davanti a noi stessi.
Ogni mattina, sembra suggerire Pavese, non vediamo soltanto il nostro volto: incontriamo anche il tempo che passa, le trasformazioni, le fragilità che ci abitano.

Arriviamo poi a uno dei versi più profondi:
O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla.”
Due parole opposte convivono nello stesso spazio: vita e nulla.
Pavese non le mette in conflitto, ma le fa dialogare ma indicano un invito a riflettere su una verità scomoda: vivere significa anche accettare il limite, il cambiamento e la perdita.

Infine il verso conclusivo:“Scenderemo nel gorgo muti.”
Notiamo il verbo scelto, non cadremo, ma scenderemo: la differenza è enorme.
Cadere è improvviso, scendere implica una consapevolezza, una lenta accettazione di qualcosa che appartiene alla condizione umana.

Un ultimo suggerimento, utile per ogni lettore e per chi scrive poesia: provate a non chiedervi subito cosa significhi un testo, chiedetevi piuttosto, quali parole si ripetono, quali immagini tornano, quali contrasti emergono.
Molto spesso il cuore di una poesia non è nascosto, è li davanti ai nostri occhi, bisogna solo imparare a rallentare lo sguardo.

Red. La via dei poeti

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scrivo, disegno, canto

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