Ismail Kadare, cantore dell'Albania
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Kadare: la guerra dopo la guerra che non finisce mai

RileggendoIl generale dell’armata morta” mentre il mondo continua a contare i suoi morti

Ascoltando ieri il telegiornale, che si apriva con le notizie della guerra in Palestina, di quella in Ucraina e con l’ennesima conta dei morti, mi è venuto in mente uno dei miei libri preferiti in assoluto: Il generale dell’armata morta  di Ismail Kadare.

È strano come alcuni libri ritornino proprio nei momenti in cui la realtà sembra assomigliare troppo alle loro pagine. Il romanzo di Kadare racconta la storia di un generale italiano che, anni dopo la Seconda guerra mondiale, torna in Albania con un compito tanto assurdo quanto doloroso: recuperare i resti dei soldati morti e riportarli in patria. Non c’è eroismo in questa missione. Non ci sono vittorie. Solo fango, pioggia, ossa e silenzio.

La cosa che più colpisce del libro è proprio questa: la guerra viene raccontata dopo la guerra. Quando tutto è già finito, ma in realtà niente è davvero finito. I morti continuano a pesare sui vivi, i ricordi continuano a scavare dentro le persone e persino il paesaggio sembra conservare la memoria della violenza.

Guardando oggi le immagini delle città distrutte, delle famiglie in fuga e dei numeri ripetuti ogni sera dai notiziari, viene naturale pensare a quanto la guerra riesca sempre a trasformare gli esseri umani in numeri. Cento morti, mille morti, diecimila morti. A un certo punto quasi ci si abitua ad ascoltarli. Ed è proprio contro questa abitudine che libri come quello di Kadare diventano importanti: ci ricordano che dietro ogni numero c’è una persona, una storia, una vita interrotta.

Nel romanzo il generale cerca di identificare i corpi, di dare un nome alle ossa che trova. Ma più va avanti nella sua missione, più capisce che la guerra cancella tutto: identità, confini, orgoglio, persino il senso stesso della vittoria. Restano solo il dolore e il vuoto.

Kadare riesce a raccontare tutto questo con una scrittura semplice ma potentissima. Non indulge mai nella retorica o nelle grandi scene spettacolari. Al contrario, costruisce un’atmosfera cupa e quasi surreale, fatta di pioggia incessante, alberghi tristi, montagne fangose e incontri pieni di tensione. L’Albania descritta nel romanzo sembra quasi un enorme cimitero a cielo aperto, dove il passato continua a camminare accanto ai vivi.

E forse non è un caso che Kadare sia diventato uno degli scrittori europei più importanti del Novecento. Nato in Albania durante un periodo storico difficile, ha vissuto sotto il regime comunista di Enver Hoxha e attraverso i suoi libri ha spesso raccontato il potere, la paura, l’oppressione e la memoria. Molte sue opere parlano dell’assurdità dei totalitarismi e della fragilità dell’essere umano davanti alla Storia. Eppure nei suoi romanzi non c’è mai propaganda: c’è piuttosto uno sguardo lucido, malinconico e profondamente umano.

Leggendo Il generale dell’armata morta si ha la sensazione che Kadare non voglia parlare soltanto dei soldati italiani morti in Albania, ma di tutte le guerre, di tutti i caduti, di tutte le madri e di tutti i figli che ogni conflitto si porta via. È questo che rende il romanzo universale e ancora attualissimo.

In un tempo in cui siamo bombardati continuamente da immagini e notizie, la letteratura a volte riesce ancora a fare quello che il linguaggio dei telegiornali non riesce più a fare: fermarci un momento e costringerci a pensare davvero a cosa significhi perdere delle vite umane.

Alma Gjini

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