La notte in cui Don Aurelio morì, la casa se ne accorse prima di lui.
Non perché il suo respiro fosse cambiato, ma perché le fotografie alle pareti cominciarono a voltarsi dall’altra parte, una dopo l’altra, come persone che non vogliono assistere a qualcosa di troppo intimo.
Don Aurelio si sdraiò, e il materasso fece un rumore strano, un gemito che non aveva mai fatto, sembrava dire: non farlo, ma lui non lo sentì.
La finestra, che da quarant’anni si apriva da sola quando lui guardava la luna, quella notte rimase chiusa, non per capriccio: la luna non voleva essere guardata, si era nascosta dietro una nuvola che non esisteva nel cielo degli altri, solo nel suo.
Quando il suo cuore rallentò, la casa provò a trattenerlo letteralmente: le assi del pavimento si sollevarono di un millimetro, come dita che cercano di afferrare un corpo che scivola.
Ma non bastò.
Il momento esatto fu questo: un battito che non arrivò, e subito dopo tutte le stoviglie in cucina si misero a tremare, non per rumore, ma per paura.
Una paura antica, di quelle che hanno solo gli oggetti che hanno visto troppa vita e sanno riconoscere la fine.
Quando Aurelio smise di respirare, la casa fece qualcosa di impossibile: si accorciò di un soffio, come se volesse diventare più piccola per contenere meno dolore.
La crepa sul muro non fu un singhiozzo, uu un tentativo di aprirsi, di lasciarlo uscire, di non trattenerlo lì dentro, dove la memoria pesa più della morte.
E fuori, il paese continuò a dormire, solo un gallo cantò due ore prima dell’alba, confuso, come se avesse sentito qualcosa che non avrebbe dovuto sentire.
Don Aurelio e la notte in cui la casa si accorciò.
Was this helpful?


