Le stagioni 2057
Un filo di rame asseconda la sera,
mentre il tasto spegne l’ultimo faro;
trema sul cardine un’antica cerniera,
tra il ferro vecchio e un silenzio più raro.
Il silicio calcola il passo del tempo,
ma una radice ne incrina l’altare;
restiamo sospesi, nel mezzo, in un tempo
che impara l’attesa e dimentica il fare.
Premuto il pulsante, la stanza svanisce,
rimane la roccia, la terra pesante;
la linea del quadrante adesso pulisce
l’azzurro riflesso da un finto diamante.
Un fragile legno, un listello che cede,
sorregge la torre dell’alta frequenza;
l’autunno dei chip lentamente recede
davanti a una sobria, nativa sapienza.
Le dita che sfiorano il vetro temprato
ritrovano il solco di un vecchio cemento;
il domani respira nel plasma sbiadito,
ma il grano già ascolta la voce del vento.
Si chiude la spina, la rete s’oscura,
la mano riposa sul bordo del tavolo;
la luce rimasta non mostra paura,
sull’orlo del primo, sospeso vocabolo.
Pino Conestabile 1977
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