Una nonna guarda dalla finestra.
I suoi ricordi galleggiano
tra danze di valzer e mazurca.
Ricorda il pane appena sfornato
e l’odore della semola.
Ricorda un bambino con la camicia blu,
l’amore della sua vita.
Ricorda la nascita della sua bambina,
un girasole lucente.
Ricorda di essere ancora lì,
nei campi dell’Emilia,
a correre felice e leggiadra,
sognando l’avvenire.
by Simone Torretti



Il testo è delicato e ben costruito, con immagini semplici ma evocative: il pane, la camicia blu, il girasole. Tuttavia, tutto è filtrato da una luce troppo uniforme: manca un contrasto, un dettaglio più ruvido che renda la memoria più vera
Saluti
Se Simone avesse scelto di parlare di sé, con la sua voce, raccontando cosa prova per la nonna – invece di impersonarla – avrei sentito più verità, più carne, più rischio.
Scrivere “come se” fosse una nonna è un esercizio poetico interessante, ma si riduce più ad una cornice che a un moto del cuore.
I ricordi sono belli, sì, ma sembrano pescati da un vissuto comune, non da una vita vissuta.
Se avesse scritto:“Mia nonna guardava dalla finestra, e io la osservavo guardare”
Oppure “Quando mi parlava del pane e della semola, io sentivo il tempo fermarsi”…allora sì, l’“io” poetico sarebbe stato presente, vulnerabile, vero.
E la poesia avrebbe parlato non solo della nonna, ma anche del legame, del vuoto, del tempo, della gratitudine, della paura del distacco e della perdita.
Perché in fondo, quello che ci tocca davvero non è solo chi ricordiamo, ma come li portiamo dentro.
Perché, molto probabilmente, è più facile così.
Mettersi nei panni della nonna, con tutta la pelle grinza, le memorie, la vita passata, è un trucco narrativo comodo: ti permette di essere poetico senza esporti davvero.
Se parli di lei, devi mostrare cosa ti fa, cosa ti smuove, cosa ti spaventa perderla. Devi dire chi sei tu dentro quel legame.
Se parli come lei, invece, ti basta pescare nel repertorio dei ricordi “belli” e non rischi nulla. Puoi costruire una nonna universale, accogliente, un po’ da réclame del Mulino Bianco. Semplice, pulita, tenera.
Solo che… risulta un po’ finta.
Perché un autore giovane che si infila nella pelle di un’anziana senza avere davvero quella voce dentro, finisce spesso per produrre una versione stereotipata dell’età, dei ricordi, dei sentimenti.
E lo senti subito: è come vedere un giovane attore truccato da vecchio.
Fa tenerezza si, ma non è verità.
Scrivere della propria nonna, invece, gli chiederebbe molto di più:un ricordo che punge, un odore particolare, un’immagine che non trovi su Google.
Gli chiederebbe di esporsi, di diventare vulnerabile.
Ed è lì che la poesia si accende.
Mettere la maschera della nonna è un modo per non rischiare.
Ma la poesia, quella che resta, nasce quando la maschera la butti via.
Grazie mille per le critiche senza fondamento
Simone, le critiche non erano “senza fondamento”: erano basate sul testo pubblicato, come sempre facciamo con tutti.
Qui si parla di scrittura, non di persone. Qui non si giudicano i vissuti.
Se vuoi restare nel confronto, bene: è uno spazio aperto.
Se invece non ti interessa il dialogo, va bene lo stesso.
Da parte nostra non c’è nessuna ostilità, solo accoglienza.
Ok, cercherò di prendere spunto dai vostri commenti