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Oriana Fallaci: la verità come corpo a corpo

Non è stata una giornalista. È stata un fronte aperto.

Oriana Fallaci nasce a Firenze nel 1930, ma la sua vera data di nascita è la prima volta che, a quattordici anni, pedala sotto le bombe come staffetta partigiana. Lì impara che la disobbedienza non è un capriccio, è un dovere morale. A vent’anni è già in redazione; a trenta ha già capito che il mondo è troppo piccolo per restare a guardarlo da una scrivania.

Non andava in Vietnam o in Medio Oriente per coprire la notizia. Ci andava per guardare la storia negli occhi. Le sue interviste non erano dialoghi, erano duelli. Davanti a Kissinger o Khomeini, Oriana non cercava risposte di rito: cercava la crepa, l’istante in cui il potere vacilla e mostra il suo volto umano.

Il ritratto: una donna senza anestesia

Fallaci non sapeva essere tiepida.
Non sapeva fermarsi, nemmeno quando avrebbe dovuto.

Sentiva troppo.
E quel troppo la portava dove altri non arrivavano.

Aveva una disciplina ferrea, quasi militare, e una fragilità che non lasciava vedere. Odiava la menzogna e, ancora di più, odiava se stessa quando perdeva il controllo. Per lei scrivere non era un mestiere. Era un modo per reggere.

Panagulis: l’incendio che cambiò tutto

Nel 1973, Oriana atterra ad Atene per intervistare Alexandros Panagoulis. Lui è l’uomo che ha sfidato la dittatura, che ha resistito alla tortura senza spezzarsi. Lei arriva per lavorare. Lui la abbraccia come se la conoscesse da sempre.

In quel momento, l’asse del mondo di Oriana si sposta. Alekos non è un uomo che puoi gestire: o lo rifiuti o ti fai travolgere.
Scelsero di travolgersi.

Un amore fuori misura

La loro non è stata una storia da rotocalco. È stata una tensione continua. Due caratteri che non si piegavano.

Si amavano senza misura. Litigavano, si lasciavano, tornavano.
“L’unico uomo che non ho mai potuto dominare”, dirà lei.
La sola compagna possibile“, risponderà lui.

C’è un dolore che resta sotto traccia: la perdita di un figlio. Non lo raccontò come fatto privato, ma lo trasformò in scrittura. Lettera a un bambino mai nato nasce lì. Non come invenzione, ma come necessità.

Lettera a un bambino mai nato

Perché avrei dovuto, mi chiedi, perché avresti dovuto?
Ma perché la vita esiste, bambino!
Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita.
Guarda s’accende una luce. Si odono voci.
Qualcuno corre, grida, si dispera.
Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini:
la vita non ha bisogno né di te né di me.
Tu sei morto. Forse muoio anch’io.
Ma non conta. Perché la vita non muore.

Il lutto e la parola come trincea

Quando Panagulis muore nel 1976 in un incidente che lei non considerò mai casuale, Oriana smette di vivere al presente. Per lei è un omicidio politico.

Da quel momento, scrivere diventa l’unico modo per non lasciarlo andare.
Scrive Un uomo fumando una sigaretta dopo l’altra, parlando di Alekos come se fosse ancora lì. La scrittura diventa un’ossessione lucida. C’è un dettaglio che basta: nel finale del libro aveva scritto “forse muoio anch’io”. Dopo la sua morte, cancella quel “forse”. Resta: “ora muoio anch’io”.

Vi sono momenti nella vita
in cui tacere diventa una colpa,
e parlare diventa un obbligo.
Un dovere morale,
un imperativo categorico
al quale non ci si può sottrarre.

Cosa resta oggi

La storia tra Oriana e Alekos non appartiene al gossip. Riguarda il modo in cui si vive, e quello che si è disposti a perdere.

Per la Fallaci, l’amore non è stato un rifugio, è stato qualcosa che non si poteva controllare.
E che, una volta entrato, non se ne andava più.

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