Komachi poetessa giapponese
Bio poeti famosi

Ono no Komachi: L’arte di svanire

La donna di cui non sappiamo nulla… tranne quello che conta

Di Ono no Komachi Ono no Komach sappiamo meno di quanto ci si aspetterebbe da una delle poetesse più celebri della storia. Non esiste una biografia affidabile, né cronache precise. Non sappiamo con certezza dove sia nata, né come sia morta.

Una delle leggende più diffuse riguarda la sua relazione con Fukakusa no Shosho, un comandante della guardia imperiale di rango elevato: si narra che Komachi gli avesse promesso di divenire sua amante, se egli l’avesse visitata consecutivamente per cento notti. Fukakusa no Shosho la visitò per novantanove notti come gli era stato chiesto, ma l’ultima sera non riuscì a raggiungere la casa dell’amata; in preda allo sconforto, cadde malato e morì di lì a poco. Quando Komachi apprese la notizia, fu gettata nella più cupa disperazione.

Un’epoca di carta e profumo

Komachi visse nel IX secolo,(825 – 900) nel cuore del periodo Heian, un’epoca raffinata e quasi surreale in cui la poesia non era un esercizio solitario, ma il respiro della vita sociale. I versi non venivano “pubblicati”: viaggiavano su ventagli, su carta accuratamente profumata o legati a un ramo di fiori. Erano messaggi in codice tra aristocratici che condividevano lo stesso alfabeto emotivo.

Se dovessimo scegliere un solo frammento per capire chi era Komachi, sarebbe questo:

Hana no iro wa
utsurini keri na
itazura ni
wa ga mi yo ni furu
nagame seshi ma ni

La traduzione:

Il colore dei fiori
è svanito del tutto,
e io rimango qui, invano,
a guardare la pioggia che cade
mentre la mia bellezza appassisce.

 Il giudizio “ambiguo” dei contemporanei
Le tracce storiche più solide si trovano nel Kokin Wakashū, la prima grande antologia imperiale. Qui, il celebre critico Ki no Tsurayuki la inserisce tra i “Sei Poeti Immortali”, ma con un commento che è un capolavoro di ambiguità: scrive che la sua poesia è dotata di pathos, ma la paragona a “una nobildonna che soffre di una malattia”.

È un dettaglio affascinante: per i suoi contemporanei, Komachi era già “troppo”. La sua scrittura era eccessiva, febbrile, quasi fuori controllo rispetto alla compostezza misurata richiesta a corte.

L’arte del doppio fondo
Le sue poesie sono scritte in forma di waka (31 sillabe). In uno spazio così minuscolo, Komachi riesce a fare qualcosa di magico: sovrappone la natura all’anima finché non diventano indistinguibili.
La sua tecnica segreta era il kakekotoba, la “parola-perno”. In un suo celebre verso sul colore dei fiori che svanisce, usa un termine che significa contemporaneamente “la pioggia che cade” e “l’invecchiare“. Leggere Komachi è come guardare un’immagine lenticolare: basta un piccolo spostamento dello sguardo perché il significato cambi completamente.

Ki no Tsurayuki descrive la sua poesia come “non priva di un’ingenuità dal sapore antico e di delicatezza“. Notevole inoltre la sua abilità nell’uso di kakekotoba, ineguagliata dai suoi contemporanei.
I temi centrali dei suoi waka sono l’amore e la passione, rivisitati nelle loro numerose sfumature. Non sono rare dunque poesie che esprimono ansia, desiderio, solitudine, rimpianto o intensa passione.

La nascita di una Femme Fatale
Proprio perché della sua vita non si sapeva nulla, la cultura giapponese ha riempito il vuoto con la leggenda. Nei secoli successivi, soprattutto nel teatro Nō, Komachi è diventata un archetipo: la donna di bellezza leggendaria e crudeltà leggendaria (si diceva che facesse aspettare i suoi amanti per cento notti sotto la neve) destinata poi a una vecchiaia solitaria e misera tra le rovine.

Ma queste sono storie nate molto dopo. Sono il tentativo di una cultura di “punire” o spiegare una donna che aveva osato scrivere con tanta forza.

Perché ci parla ancora?
Se togliamo il mito, resta la sostanza.

Komachi non ha bisogno di una biografia per funzionare. La sua è una scrittura che lavora per sottrazione: toglie il superfluo per lasciare solo la tensione pura. Il desiderio che non si spegne, il tempo che ci scivola tra le dita mentre cerchiamo di trattenerlo, la sensazione che qualcosa si stia perdendo proprio nel momento in cui lo viviamo.

La sua eredità è ancora visibile in varie forme in tutto il Giappone odierno. Ad esempio, gli appassionati di anime potrebbero essere sorpresi di scoprire che è stata la sua poesia a ispirare il film d’animazione di successo di Makoto Shinkai, “Your Name”.

Non è una poesia “antica” nel senso di polverosa. È una poesia che ha scelto di dire poco, e proprio per questo continua a risuonare. Di Ono no Komachi non conosciamo il volto, ma conosciamo perfettamente il battito del suo cuore.

 

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