Ti ho lasciata da ragazzo con rabbia e rancore, non per assenza di amore; come un figlio addolorato, deluso, abbandonato.
Ammiravo la bellezza dei tuoi vicoli, il fascino della tua storia, l’immensità della tua cultura. Adoravo la tua cucina, i tuoi vini, il profumo dei tuoi mercati e le tue spiagge sempre affollate. Godevo delle tue giornate lente e infinite, del tuo sole al mattino; dei tuoi tramonti in spiaggia, con la brezza che mi accarezzava la pelle e mi faceva sentire vivo. Amavo le serate lunghe e calde trascorse con gli amici, la tua convivialità, la tua accoglienza.
Ti ho lasciata per trovare me stesso, per conoscermi fino in fondo; come chi deve perdere di vista la riva per scoprire fin dove è capace di navigare. Ma adesso la rabbia è andata via e il rancore ha lasciato spazio alla malinconia, e mi manchi, madre mia.
Mi manchi tanto da entrare nei miei sogni. Con le tue chiese, con i loro affreschi, con il tuo caffè cremoso. Con i tuoi vicoli così vivi da perdercisi dentro.
Ti sogno anche come non sei, sperando che un giorno tu possa diventarlo. Più civile e organizzata, premurosa e affezionata. Più legata ai figli tuoi come non lo sei stata mai.
Chissà, un giorno forse ritornerò da te. A riviverti ogni istante, non curandomi dei tuoi difetti e delle tue incurie; ad apprezzarti così come sei, incurante ma stupenda; ad abbracciarti con cura, grato per ciò che di buono mi hai donato.
Chissà, forse un giorno tornerò a dormire tra le tue braccia.
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