Quando tornai a Spaç non ero più la bambina che piangeva dal balcone di Reps, fissando quelle montagne senza comprendere fino in fondo ciò che nascondevano. Ero diventata giornalista, avevo trascorso anni ad abitare i silenzi degli altri, a cercare la verità dove la paura aveva insegnato alle persone a tacere, a raccogliere testimonianze di dolore tentando ogni volta di trovare parole che non tradissero chi quel dolore lo aveva vissuto. Eppure, dopo tutto quello che avevo visto e raccontato, nessun luogo continuava a farmi paura quanto quella montagna.
Ci andai in autunno, in una giornata fredda, con la nebbia che scendeva dalle cime e si raccoglieva nelle gole della Mirdita. La strada era rimasta quella dei miei ricordi, con le curve strette, le pareti di roccia e il fiume Fan che correva nel fondovalle come una vena aperta nella terra. Conoscevo quelle pietre, il rumore dell’acqua e persino il modo in cui il vento cambiava direzione attraversando le vallate, ma più mi avvicinavo a Spaç, più avvertivo una stretta al petto che non riuscivo a spiegare.
La prigione apparve all’improvviso dietro una curva, abbandonata alla montagna che sembrava volersela riprendere. Gli edifici erano parzialmente distrutti, le finestre senza vetri si aprivano sulle pareti come orbite svuotate e le grate arrugginite cigolavano sotto le raffiche del vento. Attorno non c’erano che rocce, pendii spogli e un cielo basso, così vicino alle montagne da sembrare anch’esso una barriera. Compresi allora, più di quanto avessi potuto comprendere leggendo testimonianze e documenti, la logica feroce che aveva portato il regime a scegliere proprio quel luogo. Non bastava imprigionare un uomo, privarlo della libertà e costringerlo a lavorare fino allo sfinimento; bisognava allontanarlo dal mondo, sradicarlo dalla memoria dei vivi, fare in modo che persino chi lo amava finisse lentamente per abituarsi alla sua assenza. Spaç era stata costruita anche per questo, perché la dimenticanza completasse il lavoro iniziato dalla violenza. Scesi dall’auto con il taccuino in mano e attraversai il cortile principale, dove la ghiaia scricchiolava sotto le scarpe. Mi muovevo con una cautela insolita, quasi vergognandomi di poter camminare liberamente in un luogo nel quale altri uomini avevano consumato anni della propria esistenza senza sapere se avrebbero mai rivisto le loro case. Mi sembrava indecente il semplice privilegio di poter entrare, osservare e poi andarmene, portando con me soltanto ciò che avrei scelto di ricordare. Le celle erano ancora lì, basse, strette, impregnate di umidità. Entrai nella prima chinando leggermente la testa e fui investita dall’odore della muffa e del cemento bagnato. Le pareti avevano assorbito decenni di freddo, il soffitto era annerito e in un angolo resisteva il telaio di una vecchia branda, tanto corroso dalla ruggine da sembrare sul punto di sbriciolarsi. Poi vidi le scritte. Erano incise nell’intonaco, tracciate con materiali di fortuna, alcune appena leggibili, altre quasi completamente cancellate. Nomi, date, iniziali, parole lasciate a metà. Mi avvicinai cercando di immaginare le mani che le avevano scritte, il tempo necessario a incidere ogni lettera e la paura di essere sorpresi mentre si affidava a una parete ciò che non si poteva più dire ad alta voce.
«Non dimenticateci.»
«Qui il tempo non passa.»
«Mia madre aveva gli occhi verdi.»
Fu quest’ultima frase a fermarmi.
Non parlava di libertà, di politica, di condanne ingiuste o di vendetta. Un uomo, rinchiuso in quella stanza, aveva sentito il bisogno di affidare a un muro il colore degli occhi di sua madre. Forse temeva di dimenticarlo, forse era l’unica cosa che ancora riusciva a ricordare con precisione, oppure aveva compreso che, quando ti portano via tutto, anche un particolare apparentemente insignificante può diventare l’ultima prova della vita che hai avuto.
Mi domandai quante volte avesse cercato quel volto nella memoria, quante notti avesse trascorso a ricostruirne i lineamenti, temendo che un giorno persino gli occhi di sua madre potessero confondersi con il grigio di quelle pareti.
Appoggiai le dita sull’intonaco freddo e rimasi immobile. Non sapevo chi fosse quell’uomo, quanti anni avesse, se fosse tornato a casa o se qualcuno lo avesse aspettato inutilmente per tutta la vita. Sapevo soltanto che, in un luogo costruito per cancellare le persone, qualcuno aveva lasciato una frase così semplice e profondamente umana da riuscire ad attraversare gli anni.
E fu allora che cominciai a immaginare una delle tante vite che quelle mura avrebbero potuto custodire. Si chiamava Adrian. Aveva trentadue anni quando lo portarono a Spaç e, prima dell’arresto, insegnava filosofia all’università di Tirana. Amava i libri, leggeva autori proibiti e aveva commesso quello che in certi paesi diventa il più imperdonabile dei delitti: aveva continuato a pensare con la propria testa, anche quando sarebbe stato più prudente tacere. Lo accusarono di agitazione e propaganda contro il regime. Bastarono poche parole scritte su un documento perché la sua vita venisse divisa in due, quella che aveva conosciuto fino al giorno dell’arresto e quella che altri avevano deciso per lui. Durante la prima notte comprese che la prigione non aveva soltanto lo scopo di punirlo. Voleva trasformarlo in un uomo incapace di riconoscersi, consumandolo giorno dopo giorno fino a fargli considerare normale perfino la propria umiliazione.
La cella era così stretta che, quando si distendeva, i piedi toccavano la parete opposta. D’inverno il freddo saliva dal cemento e gli penetrava nelle ossa, mentre l’umidità gli rimaneva addosso anche durante le lunghe ore trascorse nella miniera. Il lavoro gli spaccava le mani, la polvere gli impastava la gola e la fame lo accompagnava persino nel sonno, costringendolo a sognare cose che un tempo non avrebbe nemmeno pensato di desiderare. Aveva imparato a conservare una parte del pane per la notte, a masticarlo lentamente per prolungarne il sapore e a non guardare troppo a lungo il cibo degli altri. Ma soprattutto aveva imparato a riconoscere il momento in cui un uomo cominciava a cedere. Non erano le percosse a spaventarlo maggiormente, ma ciò che accadeva ai prigionieri quando smettevano di aspettarsi qualcosa. Aveva visto uomini che non rispondevano più quando venivano chiamati, altri che muovevano le labbra senza emettere alcun suono e altri ancora che, durante i pochi momenti di riposo, fissavano un punto del muro con la stessa ostinazione con cui, un tempo, avrebbero guardato il volto di una persona amata. Nella cella accanto viveva un uomo anziano che tutti chiamavano il Professore. Nessuno conosceva il suo vero nome, o forse qualcuno lo conosceva e aveva imparato a non pronunciarlo. Aveva una voce bassa, consumata dalla tosse, e l’abitudine di parlare soltanto quando riteneva che le parole avessero ancora qualcosa da salvare.
Una sera, attraverso il muro, gli disse:
«Sei giovane, Adrian. Non lasciare che questo posto ti mangi il cuore.»
Adrian rise amaramente, guardando le mani gonfie e screpolate che teneva appoggiate sulle ginocchia.
«E come si fa, Professore? Me lo dica lei come si fa a impedire che ti portino via anche quello.»
Dall’altra parte seguì un lungo silenzio, interrotto soltanto da un colpo di tosse.
«Cominciando a ricordarti che sei vivo.»
Adrian non rispose. Gli sembrò una frase troppo semplice per quel luogo, quasi offensiva nella sua ingenuità, ma nei giorni successivi continuò a ripensarci mentre scendeva nella miniera, mentre divideva il pane in piccoli bocconi per ingannare la fame e soprattutto durante le notti, quando il buio gli restituiva tutto ciò che cercava disperatamente di dimenticare.
Passarono i mesi e il Professore diventò sempre più magro. La tosse lo piegava in due e talvolta sputava sangue in un fazzoletto scolorito che continuava a ripiegare con cura, sempre nello stesso modo, facendo combaciare gli angoli come se quel piccolo gesto di ordine potesse ancora difendere qualcosa della dignità che gli era stata sottratta.
Una sera, durante l’ora d’aria, Adrian lo trovò seduto contro un muro. Il vecchio guardava le montagne oltre il filo spinato, seguendo con gli occhi il volo di un uccello che attraversava il cielo senza conoscere i confini di quella prigione.
«Lei ci crede ancora nella vita?» gli domandò.
Il Professore si voltò lentamente.
«Non ho mai smesso.»
«Nemmeno qui? Dopo tutto quello che ci hanno fatto?»
Il vecchio abbassò gli occhi sul fazzoletto che teneva tra le mani. Per qualche istante sembrò cercare una risposta che non fosse soltanto una consolazione.
«Ci sono mattine in cui vorrei non svegliarmi, Adrian. Mattine in cui penso che sarebbe più facile lasciarmi andare e non dover ricominciare tutto da capo.»
Adrian lo guardò sorpreso. Non aveva mai sentito il Professore parlare in quel modo.
«E allora perché continua a resistere?»
L’anziano sollevò lo sguardo verso le montagne.
«Perché questa prigione non è la vita. È quello che alcuni uomini hanno deciso di farne. La vita è ciò che riusciamo a non consegnare loro, anche quando non ci resta quasi niente.»
Adrian abbassò la testa e rimase a osservare la terra sotto le scarpe.
«Io invece sto dimenticando tutto. Il volto di mia madre non è più quello che ricordavo. Quando provo a sentire la voce di mia sorella, nella testa mi viene soltanto il rumore dei picconi. Ieri ho cercato di ricordare il colore del mare e non ci sono riuscito. Ho paura che un giorno non mi ricorderò nemmeno chi ero prima di arrivare qui.»
Il Professore lo guardò a lungo, poi gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Allora devi scrivere.»
«Che cosa dovrei scrivere?»
«Quello che temi di perdere.»
«E se lo cancellano?»
Il vecchio si passò il fazzoletto sulle labbra, ripiegandolo ancora una volta con la consueta precisione.
«Tu intanto avrai ricordato.»
Quella notte Adrian riuscì a procurarsi un piccolo pezzo di carbone e, quando nella cella non rimase che il rumore del vento contro le grate, si inginocchiò davanti al muro.
Per qualche minuto non scrisse nulla. Pensò a sua madre, alla sorella che forse continuava ad aspettarlo, alle strade di Tirana in primavera e al mare che non riusciva più a vedere nemmeno chiudendo gli occhi. Poi cominciò a tracciare lentamente le parole, facendo attenzione a non spezzare il carbone tra le dita.
Non scrisse contro i suoi carcerieri, non pronunciò il nome del regime e non invocò vendetta. Scrisse della vita, quella che continuava a esistere anche quando sembrava non esserne rimasto più niente.
La vita
La vita non è soltanto il pane
quando ti morde la fame,
né il sole che desideri
quando ti hanno sepolto al buio.
Non è nemmeno la libertà
quando ti hanno insegnato
ad averne paura.
La vita è qualcosa di più piccolo
e infinitamente più ostinato.
È una mano che cerca la tua nel silenzio,
il nome di chi ami
che continui a pronunciare nella mente,
una crosta di pane divisa in due
quando non basterebbe nemmeno per te.
È il vento che attraversa il filo spinato
senza domandare il permesso,
è una montagna che guardi da lontano
sapendo che nessun uomo
potrà mai metterle le catene.
Possono rinchiudere il corpo,
piegargli la schiena,
affamare le sue giornate,
costringerlo a conoscere
ogni forma dell’umiliazione.
Ma finché un uomo ricorda
il colore degli occhi di sua madre,
finché trova ancora qualcosa
da dividere con chi gli sta accanto,
non tutto gli è stato portato via.
E se un giorno cancelleranno queste parole,
se di me non resterà nemmeno il nome,
voglio che almeno una cosa sia vera:
sono stato qui,
ho tremato,
ho sofferto.
E non ho dimenticato
di essere un uomo.
Quando terminò, Adrian rimase inginocchiato davanti alla parete, con le dita annerite e il piccolo pezzo di carbone ormai consumato. Rilesse le parole più volte, quasi temesse che potessero scomparire se avesse distolto lo sguardo, poi appoggiò la fronte contro il muro e cominciò a piangere.
Non cercò di trattenersi, anche se da mesi aveva imparato a non mostrare debolezza davanti a nessuno. Pianse per sua madre, per la voce della sorella che non riusciva più a ricordare, per gli anni che forse non avrebbe mai riavuto e per il terrore di morire in quella cella senza che nessuno sapesse dove fosse finito. Ma pianse anche perché, dopo tanto tempo, era riuscito a riconoscere qualcosa di sé in quelle parole scritte su un muro.
La mattina seguente sarebbero tornati la miniera, la fame e gli ordini gridati dalle guardie. Il carbone sarebbe rimasto nascosto in una fessura del pavimento e forse qualcuno avrebbe cancellato la poesia, lasciando sulla parete soltanto una macchia scura.
Quella notte, però, Adrian aveva fatto una cosa che i suoi carcerieri non gli avevano ordinato di fare: aveva scelto di ricordare chi era, quando tutto intorno a lui era stato costruito perché lo dimenticasse.
Ritrassi lentamente la mano dalla parete.
Ero ancora nella cella di Spaç, davanti a quelle scritte che il tempo aveva risparmiato soltanto in parte. Adrian e il Professore erano nati dalla mia immaginazione, ma sapevo che uomini come loro erano esistiti davvero, che avevano conosciuto la fame, il lavoro forzato, la paura e quella forma di solitudine che comincia quando il mondo smette di chiedersi dove sei finito.
Guardai ancora la frase sugli occhi verdi della madre e pensai a chi l’aveva scritta. Forse era morto lì dentro, forse era tornato in una casa dove nessuno lo aspettava più, oppure aveva ritrovato sua madre quando entrambi erano diventati troppo vecchi per riconoscere nei propri volti gli anni perduti.
Non lo avrei mai saputo.
Ed era proprio questo a farmi male: davanti a me non c’era soltanto la testimonianza di una sofferenza, ma tutto ciò che di quelle vite non sarebbe stato possibile recuperare. Gli anni sottratti, i figli cresciuti senza un padre, le madri morte aspettando qualcuno che non sarebbe tornato, gli amori interrotti, le parole rimaste senza risposta. Pensai a quante esistenze erano state spezzate senza lasciare dietro di sé nemmeno una fotografia, una lettera, qualcosa che permettesse a chi veniva dopo di sapere che erano esistite.
Riposi il taccuino nella borsa senza aver scritto una parola. Per una volta mi sembrò che prendere appunti fosse un gesto insufficiente davanti a uomini ai quali era stato negato persino il diritto di raccontare la propria storia.
Prima di uscire mi voltai ancora verso il muro. Il vento attraversava la finestra senza vetri e sollevava appena la polvere sul pavimento. Pensai che una dittatura può condannare un uomo, imprigionarlo, costringerlo al silenzio e perfino riuscire a far dimenticare il suo nome, ma non può tornare indietro nel tempo e impedirgli di aver amato sua madre, di aver conosciuto il mare, di aver avuto una vita prima di quella cella.
Uscii nel cortile e respirai profondamente l’aria fredda della Mirdita. Avevo le chiavi dell’auto in tasca, una strada davanti e la libertà di decidere dove andare. Per qualche istante rimasi ferma, incapace di compiere un gesto tanto semplice.
Poi mi voltai verso gli edifici abbandonati e compresi che la cosa più terribile di Spaç non era soltanto ciò che il regime aveva fatto a quegli uomini.
Era tutto ciò che non aveva più permesso loro di vivere.
© Alma Gjini – Tutti i diritti riservati, 2011.
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