Quando la realtà suona più forte della fantasia.
Il campanile di Strangolapolli sembrava l’asticella di un termometro piantato nel cielo: bianco gesso, magrissimo, con la punta che pareva un’oliva. Quando un parrocchiano “volava in cielo”, Ernesto detto Nesto il sacrestano e addetto alle campane, si limitava a un tocco breve, quasi svogliato. Due minuti di “dong-dong” funebri, giusto per ricordare a tutti che qualcuno aveva silenziato le notifiche della sua vita per sempre.
Quella mattina però, il rito si trasformò in un concerto metal per l’aldilà.
Alle otto precise, l’incarnazione del ragioniere Fantozzi (ma con un grembiule liso), premette il bottone con la stessa attenzione con cui si schiaccia “Accetta cookie” dopo un’insonnia di tre giorni.
Ma le campane non si limitarono all’obbedienza: si esaltarono. Iniziarono un “DONG-DONG-DONG” implacabile, ritmato e prepotente, come se il Paradiso avesse messo il disco death metal in loop su casse da stadio.
La signora Bruna, affacciata alla finestra in vestaglia leopardata, con le ciabatte pelose che sembravano due marmotte cinesi, urlò: “Ma chi è morto? Tutto il consiglio comunale? Finitela!”.
Al Bar Sport Demetrio, l’unico avventore che ordinava una grappa ‘corretta col caffè’ prima delle otto, teneva il conto sbattendo la tazzina sul bancone: “Novantadue, novantatré… Oggi tocca almeno a tre province! Magari c’è un’offerta due per uno nell’aldilà!”.
Irma, la più pia del paese, tracciava croci a una velocità tale che la fronte rischiava di prendere fuoco per attrito.
Franca, ex soprano dalla voce roca da fumatrice incallita, con la cicca accesa e penzolante dalle labbra, urlava dal balcone: “Che bavba! Così non mi sentono nemmeno quando uvlo che mi sono scappate le galline!”.
Dentro la chiesa, Nesto era un fiume di sudore e panico. Sembrava un criceto impazzito in un labirinto di pulsanti. Premette tutto: campane, riscaldamento, mega ventilatore e perfino il tasto per le luminarie natalizie. Niente: DONG-DONG-DONG senza tregua.
“Padre Jon!” rantolò al cellulare, “Le campane sono possedute! Sento odore di zolfo e di olio per motori!”.
Ma il prete rumeno, che diceva messa all’alba e poi spariva per fare “assistenza spirituale a domicilio” (leggi: pesca), era in una vallata sperduta, con un segnale così debole che pareva parlare con la Stazione Spaziale.
“Nesto, campane? Più forte, non sento… Ah, sempre quel morto? Bene! Saluto tutti! Ciao! *Click*”.
Il paese era al collasso: i vetri tremavano come foglie al vento, i bambini ridevano istericamente e piangevano allo stesso tempo, i cani ululavano in coro stonatissimo, e le galline, per protesta, si erano messe a pancia all’aria fingendosi morte, in attesa che si battesse il tasto funebre anche per loro.
Poi arrivò la salvezza sotto forma di Oronzo, l’elettricista friulano, risvegliato da quel frastuono che gli aveva fatto scattare le coronarie. Con una pinza arrugginita che usava anche per grigliare la carne e l’aria di chi aveva udito l’inimmaginabile, entrò senza salutare. Guardò Nesto, che correva avanti e indietro piangendo, e borbottò: “Levati di mezzo. Sembra che balli la tarantella e già sei di troppo”.
Salì su una sedia traballante, che scricchiolò in segno di protesta, e troncò i cavi con una cattiveria chirurgica. Ci fu un ultimo, spaventoso BOATO FINALE che fece cadere dalla mensola la statua di San Prospero, che per poco non colpì il sacrestano. Poi, silenzio.
Un silenzio così assoluto che tutti, per un secondo, si guardarono attorno chiedendosi se fossero stati assunti in coro nel Paradiso. Poi esplose un sospiro collettivo e un’ovazione da stadio per Oronzo.
Bruna gridò: “Grazie, Oronzo! Ti offro il caffè! Anzi, ti offro pure una Prugna!”.
Demetrio segnò sul bancone: “Cento, tondo tondo! Record!”.
Irma si inginocchiò in mezzo alla piazza e pregò soffiando sulle dita.
Franca rise così forte che la dentiera, con cicca annessa, volò sul geranio della vicina.
Alla fine, Padre Jon comparve, con i pantaloni arrotolati, la canna da pesca in mano e l’aria di chi aveva appena saltato la coda per l’Ikea. Alzò le braccia e disse con accento pesante: “In mio villaggio, campane suonare solo per nozze e festa. Qui, sempre funerale. Anche per formica schiacciata”.
Oronzo, da bravo montanaro di poche parole, si accese una sigaretta e sputò per terra con aria solenne: “Finché non mi pagano i cavi nuovi, il Paradiso resta col filo staccato. Amen”.


