Il concetto di tutto e l’uomo nei suoi limiti.
«Diventa ciò che sei», diceva Nietzsche.
Ma chi sono io?
Il mio lavoro?
La mia vita privata?
L’insieme delle due?
Qualora ci fosse una distinzione tra l’una e l’altra cosa.
Chi sono io?
Sono certamente la mia gentilezza, il mio umorismo, la mia generosità, la mia saggezza, il mio nervo, la mia mancanza di temperamento, le mie passioni, la mia curiosità, i miei fallimenti, le mie vittorie, le mie paure e ipocondrie, i miei sogni.
E potrei andare ad oltranza.
Io sono tutto, con le dovute sfumature, con l’ampiezza e le complessità.
Tendiamo, in maniera dicotomica, a credere di essere questo o quello.
Quando magari, fermandosi a pensare, e non solo a ragionare ma anche a pensare, ci si può rendere conto di essere tutto e abbracciarsi nell’ampiezza della nostra sfaccettata complessità.
Forse questo ci potrebbe aiutare ad accettarci un po’ più serenamente.
Forse questo ci potrebbe aiutare a vivere con più leggerezza, senza sforzarsi erroneamente di combattere le nostre paranoie, i nostri demoni, le nostre vocine malvagie, che delle volte ci portano fuori strada.
Bensì imparare a conviverci, accettando il fatto che siamo tutto entro i limiti.
Siamo tutto pur riconoscendo i nostri limiti.
Limiti che non rappresentano, in questo caso, uno svantaggio:«Io sono meno.»
«Io non sono abbastanza.»
Ma significano:Io sono io entro i miei limiti.
Limiti che segnano il confine tra quello che si può e non si può fare.
I limiti che ci ricordano che, essendo noi tutto, siamo parte integrante e non dominante di un ecosistema, fatto da altre creature viventi, che sono i nostri compagni di viaggio e non i nostri sudditi.
Ecco, quello è il concetto di limite.
Capire fin dove possiamo spingerci.
Limite non biologico o psichico.
Limite inteso come capire fin dove potersi spingere, come esseri umani nella creazione e nello sfruttamento delle risorse.
na struttura antropocentrica, l’uomo, attraverso l’uso della tecnica, ha dimostrato ampiamente di non conoscere il proprio limite, sfruttando, esasperando e distruggendo tutto ciò che lo circonda pur di perseguire i propri fini.
Questo è il limite.
Quello che i Greci chiamavano Hybris: il problema dell’eccesso.
L’eccesso che rende l’uomo padrone assoluto della natura, quando chiaramente non lo è.
Darsi un limite nel rispetto dell’ecosistema.
Abbracciare una visione bio-centrica.
Tenere conto della natura, degli animali e di ogni altra forma vivente presente sul nostro pianeta.
L’uomo non ha il dominio assoluto sulla specie.
L’uomo è parte della specie.
Quindi sarebbe bene prenderne atto, per vivere non limitatamente, ma entro i confini del nostro essere.
Che, da dominante sulla natura, sugli animali, sui pesci e su tutto il resto, potrebbe magari, utopicamente, diventare essere integrante.
Parte di…
Non sovrano di…
I limiti, come la morte, che rappresenta il limite della vita, dovrebbero ridimensionarci, riportandoci all’essenza primaria del vivere stesso:
ovvero l’integrazione ambientale e la semplicità.
Così, l’uomo, che è sicuramente la forma vivente più sviluppata e cosciente che conosciamo, proprio per questa ragione dovrebbe assicurare la convivenza sana e la prosperità dell’ecosistema, non il deterioramento e la distruzione di cui anch’egli è parte.



One Comment
Cristina
Il punto sulla hybris mi ha convinta subito: c’è qualcosa di preciso in quell’idea che il limite non sia una mancanza ma un confine necessario. E il passaggio da “io sono meno” a “io sono io entro i miei limiti” è la distinzione più utile del pezzo.
Meno convinta, invece, dalla lista iniziale delle qualità personali, la gentilezza, l’umorismo, la generosità e via dicendo. Capisco l’intenzione, ma in quel punto il testo rallenta, e il lettore rischia di perdersi prima di arrivare alle idee più interessanti, che vengono dopo.