Tu mi dici
è inutile questa brezza quasi
dolciastra,
e poi lentamente aspra.
Mi abbracci come quelle
onde che non si spaventano
di fronte a niente,
come il mare quando,
spartano e
ad un passo
dall’acerrima tempesta,
si fa avanti,
quasi impavido uomo.
Tu mi dici
non si può vivere in eterno,
ma guarda il cielo,
poi soffermati sulla vastità dell’oceano
e dimmi se si può
per davvero morire!
E ancora,
mi risuonano
dopo anni dalla tua assenza,
le note del tuo malessere
che per tanto tempo
hanno calpestato il cuore
mio.
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Bellissima poesia!
Tiziano
Grazie di cuore, Tiziano! Spero che mi leggerai ancora. Passerò a leggere le tue poesie molto volentieri!
Ecco una poesia che lavora sul dialogo anche quando il dialogo non c’è più.Il “tu mi dici” non è un artificio, ma una presenza che continua a parlare nel tempo, quasi indipendente dalla volontà di chi ascolta.
Il mare, la brezza, la tempesta non sono immagini decorative ma una misura emotiva, un modo per descrivere la forza e insieme la precarietà di ciò che resta.
La cosa più riuscita è il passaggio dalla contemplazione alla ferita, quando la vastità dell’oceano lascia il posto alle “note del tuo malessere” che continuano a risuonare dopo anni.
Lì la poesia smette di essere paesaggio e diventa memoria che pesa, che calpesta, che non si lascia archiviare.
Forse solo l’ultimo “mio” stringe un po’ troppo il finale, mentre il testo funziona meglio quando resta aperto, sospeso, affidato a ciò che rimane più che a ciò che si possiede.
Grazie mille, Cristina! I tuoi consigli, i suggerimenti e l’analisi della poesia mi aiutano a crescere sempre più come autrice e poetessa.
Non si smette mai di imparare e di progredire!
Grazie ancora, a presto.