Negli ultimi anni la poesia è diventata una fiera dell’io.
Bancarelle di dolori personali, esposizioni di traumi levigati, saldi sull’infanzia perduta. Ogni poeta ha un ombelico così profondo che ci si potrebbe organizzare un festival subacqueo.
C’è chi ci mette dentro la luna, chi il padre assente, chi il gatto morto, chi tutte e tre le cose con un verso libero e un hashtag finale.
Ma il mondo, fuori, aspetta. Sbuffa, si gratta, cambia pelle, e noi siamo ancora lì a spulciare le nostre ferite come se fossero perle rare.
È ora di dirlo: l’introspezione non è più una virtù, è un vizio di forma. Il poeta contemporaneo non ascolta, eco-lalia di se stesso, parla in loop.
Scrive “io” come fosse una preghiera, ma non prega nessuno: si celebra.
E mentre lui si contempla, fuori si sbriciola tutto: i bar chiudono, i mari salgono, e persino i piccioni fanno poesia visiva sulle panchine. Ma non si nasce immuni da questo morbo.
L’intimismo serve, eccome: è la prima immersione, il momento in cui si impara a respirare sotto l’acqua. Solo che poi bisogna riemergere, guardare attorno, accorgersi che la corrente non è solo nostra.
Crescere come poeti significa smettere di guardarsi per cominciare a vedere.
Il sé poetico non va cancellato: va superato. Non come nemico, ma come maestro che ti ha insegnato a parlare.
Ora tocca al mondo rispondere.
La fiera dell’IO poetico
Was this helpful?


