Non tutte le community sono uguali. Ma quando il conflitto diventa il motore, il resto passa in secondo piano.
Esistono community letterarie dove il talento conta meno della capacità di litigare. E funzionano benissimo di solito tranne su www.PennaDiGallina.ti
PennaDiGallina esisteva da prima di Facebook, da prima dei social, forse da prima che il concetto stesso di community digitale avesse un nome. Era nato come rifugio poeti…maledetti e filosofi da bar che avevano perso l’autobus della vita.
Col tempo si era trasformato in qualcos’altro: un colosseo digitale dove il potere non stava nel talento, ma nel numero di alias e nella capacità di insultare.
Il meccanismo “economico”era semplice.
Più gli utenti si insultavano, più si arrabbiavano. Più si arrabbiavano, più tornavano, due, tre, dieci volte al giorno , a controllare, rilanciare, vendicarsi. Ogni accesso gonfiava i numeri pubblicitari. I banner lampeggiavano, enormi e deprimenti, su ogni pagina.
Il caos non era un problema da risolvere. Era il motore. Non serviva una redazione, non servivano moderatori: bastava tenerli incazzati.
A completare l’architettura del potere: una chat privata che si azzerava ogni venti giorni , insulti, prove, alleanze, tutto spariva con la regolarità di un falò programmato , piu’ stanze private ad invito dove si decideva davvero chi esisteva e chi no.
Se non eri in grazia di qualcuno, restavi fuori. Potevi pubblicare, commentare, accumulare punti: eri comunque nel corridoio.
Il sovrano di questa meraviglia era Roberto B., detto Dito Medio.
Era convinto che Zuckerberg gli avesse rubato l’idea del social network. Quando gli facevano notare che all’epoca Facebook aveva già cinquanta milioni di utenti, precisava con tono professorale che PennaDiGallina non era affatto un social, era molto altro, era di più!
Quindi o Zuckerberg gliel’aveva rubata..l’idea, o non gliel’aveva presa perché erano cose diverse.
Dito Medio sosteneva entrambe le posizioni con uguale convinzione, a seconda dell’ora. Alle 2 di notte, soprattutto, la logica diventava elastica.
Col tempo il sito diventò semi-free, che significa “ti facciamo credere che sia gratis ma ti proponiamo ossessivamente un pagamento” prima di raggiunse vette di creatività pura:
Free: potevi guardare. Non scrivere, non commentare, non esistere. Una pianta con una connessione ADSL.
Standard free: iscrizione con i tuoi dati comprensivi di impronta migolo sinistro. In cambio potevo pubblicare due testi a settimana, un commento ogni plenilunio, accedere alla mitica Chat Privata™ che si azzerava ogni venti giorni come un anziano a un rave. Più punti da accumulare per ottenere cazzatelle virtuali , badge tipo “Autore Serio”, che suonava più come una diagnosi.
Plus, 40 euro: font pergamena medievale, sfondi mappa del tesoro, venti immagini. I banner restavano. Ovunque. Come un rave in un convento.
Dito Medio, dietro allo schermo urlava in solitario MAIUSCOLO: «NON PAGATE? EGOISTI! TIRCHI! PIDOCCHI! SCROCCONI! PARASSITI DELLA CULTURA OCCIDENTALE!»
Poi c’erano loro, gli iscritti.
Sylvia P. aveva scelto come alias un nome importante , con l’umiltà di chi si paragona a un genio e ci trova solo conferme. Ottuagenaria, unghie alla Wolverine, sguardo che distribuiva disprezzo con la precisione di un laser. Pubblicava in Comic Sans per scelta estetica. Trattava ogni nuovo iscritto come un cameriere lento, ogni critica come un oltraggio, ogni like mancato come prova di barbarie culturale. Era Standard e se ne vantava: «I Plus pagano per esistere. Io esisto e basta. C’è una differenza ontologica che vi sfugge.»
Nessuno chiedeva spiegazioni. Era più sicuro così.
Il Sig. P. amico di Silvia P. aveva sette alias, ciascuno con biografia e tono diverso, dal poetico al minaccioso. Consumatore entusiasta di ViriMax Pro Extreme, entrava in qualunque thread , una poesia, una riflessione e li trasformava in discarica verbale nel giro di tre commenti.
Ma il meglio lo dava nei messaggi privati scivolando nel torbido: allusioni, minacce velate, pornoscrittura di bassa corte. Un repertorio vasto, variegato, e profondamente legato al mondo avicolo. Ogni volta che qualcuno lo bloccava, ricompariva con un alias nuovo nel giro di dieci minuti, fresco come una rosa. Il dettaglio più agghiacciante: ogni tanto pubblicava poesie. Non brutte, obiettivamente. Il che rendeva tutto molto peggio.
Juppidu, l’unico con un neurone in servizio attivo, scrisse: “Con il Plus rischio la diarrea verbale cronica e non ho abbastanza carta igienica digitale.” Poi chiuse il browser, uscì di casa e non tornò mai più. Si dice stia bene. Si dice abbia anche degli amici, in carne e ossa.
Per monetizzare ulteriormente il caos, Dito Medio indisse un “referendum democratico” su pagina verde pisello con font Bauhaus ubriaco: solo i Plus potranno commentare, pubblicare, cancellare i commenti sgraditi.
Chi non vuole cambiamenti: “e non mi scassate gli zebedei un minuto di più.”
Qualcuno scrisse una mail educata per segnalare la contraddizione. Ricevette risposta alle 2:09 di notte. La risposta conteneva le parole “castronerie”, “superficialità” e “scroccone digitale”, e si chiudeva con: “ritengo la mia risposta chiara ed esaustiva, inutile che rispondi perché non mi dilungherò oltre.”
La mail era firmata: Staff.
Poi avvenne l’impensato
I Plus applaudirono, già fregati con stile.
Gli Standard insultarono in rima.
I Free sparirono in silenzio , erano stati piante troppo a lungo, e le piante non protestano quando vengono spostate.
In fondo, PennaDiGallina.ti era come tanti altri angoli dimenticati della rete: un posto dove tutti arrivavano convinti di essere cigni e finivano per azzuffarsi come galline intorno a un chicco di mais digitale. Dove i “pollai” contavano più dei testi. Dove un uomo con sette alias e un problema con gli integratori poteva sentirsi, almeno per qualche ora, “potente”.
Dopo anni il sito è ancora lì , banner lampeggianti, alias multipli, quaranta euro per le cartapecore virtuali e il cancelletto per le voci sgradite.
Immutabile. Immortale. Perfettamente inutile.
E pensare che qualcuno ancora entra e paga…
Ogni riferimento a persone, siti o eventi esistenti è puramente casuale. I personaggi sono archetipi universali della specie umana connessa.
Purtroppo.



