Giornalismo e attualita nel caso garlasco
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Il caso Garlasco e la Tv che prende posizione.

Da mesi il caso Garlasco è tornato in TV come una serie mai conclusa.

Cambiano gli ospiti, cambiano le puntate, cambiano i dettagli discussi in studio, il meccanismo resta lo stesso: tensione, sospetti, frasi ad effetto, ricostruzioni, scontri, pause drammatiche.

La cronaca non viene più soltanto raccontata, viene messa in scena.
Il punto, ormai, non è nemmeno stabilire davanti allo schermo chi sia colpevole o innocente, quello spetterebbe ai tribunali, non ai salotti televisivi, il punto è osservare come una parte dell’informazione stia trasformando un fatto giudiziario in un prodotto narrativo, con i suoi personaggi fissi, le sue fazioni, i suoi ruoli già assegnati, le sue ragioni.

Il conduttore non sembra più soltanto un giornalista, ha assunto i tratti di un regista. Gli opinionisti che entrano ed escono sono figurine riconoscibili di un copione prestabilito: c’è chi difende, chi accusa, chi smonta, chi insinua, chi si indigna. Lo spettatore, settimana dopo settimana, non segue solo gli sviluppi di un caso, segue una rappresentazione teatrale.
Ed è qui che il giornalismo comincia a perdere qualcosa, a dissolversi perche misurato attraverso i dati relativi agli ascolti tv.
Un giornalista dovrebbe aiutare a distinguere i fatti dalle ipotesi, le prove dalle suggestioni, le domande legittime dalle narrazioni costruite per trattenere il pubblico.

Invece, sempre più spesso, il linguaggio che viene prodotto sembra spingere verso una presa di posizione ben precisa, non dice semplicemente: “vediamo cosa emergerà”, dice, più o meno apertamente: “questa è la storia che dovete guardare, che dovete credere”.
A volte il tono è garantista, a volte colpevolista, ma il problema non cambia.
Quando una trasmissione assume una direzione troppo marcata, quando tutti sembrano muoversi dentro la stessa cornice emotiva, il dubbio autentico scompare.

Rimane il dubbio spettacolare, quello utile alla puntata successiva, non quello necessario alla comprensione.
La cronaca nera televisiva vive ormai di permanenza, non deve chiudere, deve continuare, ogni particolare diventa una svolta, ogni frase un indizio, ogni ospite una voce da contrapporre a un’altra.

Più il caso è complesso, più la macchina televisiva trova materiale, più gli ospiti litigano, più il pubblico resta attaccato al canale e quindi, all’azienda migliori introiti pubblicitari.
È un ingranaggio efficace, pericoloso e insidioso, perché a forza di trasformare la realtà in spettacolo, anche il linguaggio si deforma. Si smette di informare: si affonda, si smonta, si distrugge, si urla, si gela lo studio. La verita, il dubbio, l’equilibrio, spazzati via dai dati Auditel.

Le parole della cronaca diventano frasi da combattimento.

Anche fuori dal piccolo schermo, sui social, la reazione è spesso speculare: aggressiva, sarcastica, feroce. Nessuno discute più una tesi, ci si attacca una fazione, si pianta una bandiera.
Così il caso finisce in secondo piano e la vittima diventa un simbolo, l’indagato un personaggio e gli opinionisti interpreti di una guerra fatta di numeri con il pubblico chiamato a scegliere da che parte stare.
Il giornalismo, se vuole ancora avere un ruolo di vera utilità, non dovrebbe limitarsi a produrre atmosfere battagliere.

La domanda allora non è soltanto che cosa stia succedendo, ma cosa sta diventando la cronaca se ha bisogno dello scontro per essere seguita.
Perché se l’informazione vive solo di tensione, se il dubbio serve soltanto a creare suspense, se il giornalista diventa attore e il caso palcoscenico, allora qualcosa si rompe.
Non nella televisione soltanto, nell’intero modo in cui guardiamo la realtà.
E a quel punto il rischio è chiaro: non stiamo più cercando di capire ma guardando uno spettacolino osceno.

Ma non sarà un po’ anche colpa nostra?

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