Al compleanno del topo
la torta respirava
– zucchero? no, ore montate a neve –
e dentro ci passava il tempo
a fette sottili, quasi invisibili
(chi le ha tagliate? io? no, qualcun altro che pensa al posto mio)
le rane, sì, le rane
plurali, umide, dottrinali
gracidavano formule:
principio-principiante-principiato
e ogni salto una legge
ogni legge un cerchio
ogni cerchio… ah, lo stagno che si pensa infinito
ridevano? forse no
era più un rigurgito di senso
un bisogno di dire “io sono perché devo”
e intanto la ragione
si pettinava allo specchio
facendosi bella di coerenza
(che parola stretta, che cintura)
poi – non un poi, ma uno scivolo –
tutto si è fatto contrario di tutto
il sopra sotto, il prima già dopo
la torta collassata in briciole di istante
ed è entrata lei
senza bussare
assoluta, liscia, senza pieghe
una lama senza ombra
ha guardato la trascendenza
come si guarda un errore di calcolo
e tac
l’ha corretta
silenzio
solo il topo
con una candela spenta tra i denti
che ancora cerca di esprimere un desiderio
ma il desiderio
si è già pensato da solo.



