Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 -Amherst, 15 maggio 1886) non era un’eremita vestita di bianco, ne una monaca laica chiusa in camera, tutt’altro.
Per anni ho letto le sue poesie immaginandola immobile, diafana, fragile, vestita con piquet bianco, dettaglio che la rendeva subito un po’ santa e un po’ bambina, una specie di reliquia domestica. Un’apparizione poetica insomma..
La vedevo con penna in mano, calamaio mezzo vuoto e lo sguardo oltre la finestra. Nessun vezzo, neanche un fermaglio argentato tra i capelli. Più che una donna, un’idea… di donna.
La sua vera camera, conservata nella casa di Emily Dickinson Museum, restituisce di lei qualcosa di simile. Pochi oggetti, molta luce, nessuna teatralità romantica. Niente caos da artista tormentata, niente velluto, niente disordine creativo, tutto è ridotto all’osso. Osservandola viene spontaneo pensare al silenzio: il rumore del pennino, le lettere piegate, le finestre come unico contatto col mondo, perfino un leggero sentore di violetta.
Eppure questa immagine, per quanto suggestiva, non è del tutto reale.
“a mia madre non interessa il pensiero. Fino all’età di quindici anni non sapevo leggere l’ora. Mio padre me lo aveva spiegato, ma non lo avevo capito ed ero terrorizzata ad ammetterlo, oppure a chiederlo agli altri, per paura che lui se ne accorgesse”.

Il medico nel corridoio
Emily Dickinson, letta davvero, non è una creatura fragile. È una scrittrice tagliente, nervosa, sperimentale. Spezza le frasi, interrompe il ritmo, usa i trattini come piccole fenditure nel pensiero. Lascia i versi sospesi, come se la poesia dovesse restare aperta proprio nel punto in cui un autore più educato avrebbe chiuso la porta.
Gli editor dell’epoca cercarono di normalizzarla. Sistemavano la punteggiatura, addolcivano le irregolarità. Facevano quello che si fa ancora oggi con gli autori troppo personali: togliere gli spigoli per farli entrare meglio in vetrina. Con lei non ha mai funzionato, perché Dickinson non entrava bene da nessuna parte. Nemmeno dal medico.
Il suo medico si chiamava Dr. Otis Bigelow. Non riusciva nemmeno a misurarle il polso, perché lei non entrava nella stanza in cui era seduto. Passava davanti alla porta aperta e spariva. Lui avrebbe commentato, con una rassegnazione che suona quasi comica: “Passava davanti alla porta aperta della stanza in cui ero seduto. Ora, cos’altro avrei potuto diagnosticare, se non gli orecchioni?”
Morì di quella che all’epoca si chiamava Bright’s disease, probabilmente una nefrite o un’insufficienza cardiaca dovuta a ipertensione severa. Per giorni rifiutò di farsi visitare. Poi, nell’ultimo giorno, cedette, accettò la visita, ma non c’era più niente da fare.
C’è qualcosa in questa scena che non si dimentica facilmente, non la coerenza eroica di chi muore fedele a sé stesso, ma qualcosa di più comune e più doloroso: il momento in cui si abbassa la guardia e si scopre che il tempo era già finito.
Fu sepolta in una bara bianca con eliotropio profumato di vaniglia, un’orchidea e un mazzetto di viole selvatiche. Su sua richiesta, il feretro non fu portato su un carro, ma trasportato a mano attraverso i campi di ranuncoli. Anche questo, in fondo, era un verso.
Una vita interiore affollata
La vestale americana, la vergine puritana chiusa in camera, è l’immagine che circola sui libri di testo, sui reel, sulle tazze con le citazioni su sfondo beige.
Il problema è che non regge.
E. Dickinson aveva una vita interiore erotica e affettiva di una densità notevole. Non ipotetica, non proiettata dai posteri: documentata nelle lettere, nelle poesie, nella corrispondenza che ha lasciato.
Susan Gilbert Dickinson era la sua migliore amica, poi cognata: sposò Austin, il fratello di Emily, e andò ad abitare nella casa accanto, separata dalla Homestead da una siepe.
Le due donne si conobbero da adolescenti e la loro relazione durò quasi quarant’anni. Emily le scrisse lettere che ancora oggi sorprendono per l’intensità: dichiarazioni di amore totale, richieste di vicinanza, il linguaggio di chi ama senza riserve e senza calcolo.
“Voglio starti vicina, non ho ancora imparato che sia possibile vivere lontano da te.”
Non è il linguaggio dell’amicizia, è il linguaggio di chi ha paura di perdere qualcosa di vitale.
Susan le sopravvisse, fu lei a vestirla per la sepoltura, a organizzare i funerali, a scrivere il necrologio. Quasi quarant’anni, una siepe di distanza e migliaia di lettere nel mezzo.
Dolce amica.
Spero che tu abbia portato con te il Caminetto, altrimenti il tuo Naso fiducioso ti sarà già cascato
Tre abbacinanti Notti Invernali hanno distrutto i Giardini in fiore, e i Bobolink stanno immobili sul Prato come se non avessero mai danzato –
Spero che il tuo Cuore ti abbia tenuta calda – Dovrei dire i tuoi Cuori, perché sei ancora una Banchiera –
La Morte non riesce a saccheggiare tanto velocemente quanto il Fervore a recuperare –
Ne abbiamo avuto un altro, nel “Giorno del Ricordo”, a cui portare Fiori
Poi c’era Charles Wadsworth, pastore presbiteriano di Philadelphia, oratore affascinante, sposato, padre di famiglia dalla reputazione irreprensibile.
Emily lo incontrò di persona tre volte in tutta la vita. Si scrissero per anni, ma di tutta la corrispondenza è sopravvissuta una sola lettera, da lui a lei. Bastò. Molti studiosi credono che Wadsworth fosse il destinatario delle cosiddette “Master Letters”, bozze di lettere appassionate, quasi supplichevoli, indirizzate a un “Master” mai identificato con certezza. Qualcuno che lei adorava da lontano, con una precisione da entomologo e una disperazione da innamorata.
In tarda età ci fu anche Otis Phillips Lord, amico del padre, magistrato della Corte Suprema del Massachusetts, vedovo. Con lui la corrispondenza fu documentatamente romantica. Le poche lettere sopravvissute mostrano una Dickinson inaspettatamente giocosa, provocatoria e, dettaglio che vale più di mille analisi accademiche, impegnata a negoziare per iscritto quanta libertà fisica gli avrebbe concesso durante le visite.
Non è esattamente il profilo della vergine mistica.
Il terrore e il desiderio?
Eppure nessuna di queste storie ha un finale fisico. Il pastore sposato incontrato tre volte. Susan amata per quarant’anni attraverso una siepe e migliaia di lettere. Il giudice con cui discuteva per iscritto dei limiti del contatto. Il medico a cui mostrava solo l’ombra nel corridoio.
Gli studiosi parlano di agorafobia, e ci sono elementi clinici a supporto. Dalle lettere emerge un attacco di panico documentabile intorno ai ventiquattro anni, seguito da un ritiro progressivo dal mondo.
Thomas Wentworth Higginson, il critico letterario che la seguì per vent’anni e la incontrò di persona solo due volte, disse che soffriva di “un eccesso di tensione prodotto da una vita abnorme”.
Ma ridurla a una diagnosi è comodo e insufficiente. Quello che emerge, guardando l’insieme, è qualcosa di più sottile: una persona con un desiderio probabilmente intenso, le lettere a Susan bruciano ancora a centosettant’anni di distanza, che aveva imparato, o era stata costretta dalla propria natura, a tenere quel desiderio a una distanza precisa, abbastanza vicino da sentirlo, abbastanza lontano da non esserne distrutta.
Il mondo non le permetteva di amare liberamente una donna, né un uomo sposato. Ma anche se glielo avesse permesso, c’è il sospetto, leggendo tutto insieme, che il terrore della vicinanza fisica fosse qualcosa di più antico e più radicato di qualsiasi proibizione sociale.
La stanza non era solo un rifugio, ma una distanza necessaria. Il recinto che teneva vivo ciò che il contatto avrebbe potuto consumare o distruggere.
I cassetti
Quasi milleottocento poesie. Meno di una dozzina pubblicate in vita, e quelle poche contro la sua volontà, normalizzate dagli editor fino a renderle quasi irriconoscibili.
Le altre erano nei cassetti, cucite a mano in fascicoli, ordinate con una cura eccessiva per qualcosa destinato al buio. Non le aveva mostrate a nessuno, o quasi, non le aveva offerte al mondo: le aveva conservate, come si conserva qualcosa di vivo che non si può tenere altrove.
Il desiderio che non trovava il corpo. L’amore che non poteva attraversare la siepe, raggiungere Philadelphia o entrare nella stanza dove sedeva il medico. La tenerezza infantile e adulta insieme, così totale, senza riserve, già consapevole del dolore, che non aveva dove andare se non sulla pagina.
Scriveva per sé, non per i posteri, non per la gloria, non per dimostrare niente a nessuno. Scriveva per tenere un filo tra sé e la propria vita interiore, quel mondo enorme e impossibile che fuori non poteva abitare. Per dargli una forma, per poter dire, anche solo nel buio della stanza, anche solo a sé stessa: questo esiste, è reale, sono io.
Poi Lavinia aprì i cassetti.
E quel mondo privato finì nelle mani del mondo intero: lettori, studiosi, ragazze con i reel su sfondi beige e, ogni tanto, qualcuno che la legge davvero e sente ancora il calore lì dentro, intatto, come se il coperchio fosse stato aperto per la prima volta adesso.
Lei non lo aveva previsto. Forse non lo avrebbe nemmeno voluto. Fu un incidente bellissimo e un po’ indiscreto, come tutti gli incontri con la vera intimità di qualcuno.
Quello che resta
È facile trasformarla in icona: la poetessa vestita di bianco, silenziosa, chiusa nella casa di Amherst. La santina della malinconia elegante. La vergine americana che ha sublimato tutto in versi.
Ma basta leggerla davvero, non le citazioni sui muri delle caffetterie, le poesie intere, con i trattini, le pause e i versi che non chiudono mai dove dovrebbero, per accorgersi che sotto quella figura quasi spettrale non c’era quiete.
C’era una donna piena di desiderio, un’intelligenza feroce, un terrore reale della vicinanza fisica e una tensione abbastanza grande da riempire milleottocento poesie senza esaurirsi. Li c’era fuoco, c’era combustione.
Il vero equivoco, forse, è scambiare il silenzio con l’assenza o i cassetti con la rinuncia.
Lei non rinunciava a nulla, conservava.
E quello che fu il suo mondo è ancora lì, intatto, che aspetta di essere aperto.
Leggi: The Letters (Le lettere di Emily Dickinson)
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