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Nel Medioevo era vietato leggere?

Era vietato leggere, possibile?  La risposta breve è: non proprio, ma quasi.

I libri costavano quanto un cavallo, erano spesso in latino e quasi nessuno sapeva leggere. Il problema, diciamo, si autorisolveva: chi non sapeva leggere non vendeva un cavallo per comprarsi un libro. E chi non conosceva il latino non ci avrebbe fatto molto, anche se fosse riuscito a comprarlo.

Non serviva un divieto: bastava la struttura.

Non esistevano scuole pubbliche come le intendiamo oggi. L’istruzione era riservata soprattutto ai monasteri, alle scuole cattedrali e a chi si formava per la Chiesa o per ruoli molto specifici. Il figlio del contadino che voleva imparare a leggere e scrivere non aveva molte strade: poteva entrare in convento, cercare una rara occasione di istruzione, oppure restare analfabeta. E non tutti quelli che sceglievano il convento sentivano la chiamata divina: molti sentivano più chiaramente quella dello stomaco vuoto. Entravano per sopravvivere, imparavano il latino per necessità e , in molti casi passavano le giornate a copiare testi sacri in stanze fredde, con una penna d’oca in mano.

Nei margini di quei manoscritti, col tempo, compaiono conigli armati, lumache giganti, cavalieri ridicolizzati, corpi ibridi, animali che si comportano da umani e figure che suonano trombe dal fondoschiena. Un mondo alla rovescia, fatto di gerarchie capovolte e immagini grottesche. La stessa logica visiva che, secoli dopo, avrebbe alimentato i mondi di Bosch e Bruegel.

Non era soltanto sfogo, o almeno, non sempre. In molti casi il grottesco funzionava come sistema simbolico: rappresentava il caos, il vizio, la deformazione morale, ciò che accade quando l’ordine divino viene violato. In altri casi, probabilmente, c’erano anche gioco, satira, ironia e una certa voglia di non morire congelati sopra una pergamena.

All’inizio, molto spesso, erano i monaci stessi a copiare e decorare i manoscritti. Gente che passava le giornate sui testi sacri e che, nel margine, riceveva o lasciava un promemoria visivo. Se la vocazione non era arrivata all’ingresso, doveva arrivare almeno per via iconografica.

Dal Trecento in poi, la produzione passa sempre più spesso alle botteghe laiche delle città: artigiani, miniatori e copisti pagati per illustrare testi già scritti da altri. Il messaggio morale sopravvive ai suoi stessi produttori: diventa codice, mestiere, decorazione attesa.

Poi arrivano le eresie, i Catari, i Valdesi, i Lollardi. Movimenti complessi, certo, non semplici gruppetti di lettori ribelli. Ma il punto centrale è chiaro: quando la Bibbia comincia a circolare in volgare e qualcuno pretende di leggerla senza la mediazione della Chiesa, il problema diventa serio.

E allora, in alcune regioni, l’autorità ecclesiastica interviene davvero: niente Bibbie in volgare, niente lettura privata, niente interpretazioni personali. Non sempre, non dovunque, ma abbastanza da far nascere, nei secoli, il mito del “vietato leggere”.

Il divieto arriva tardi, quasi come postilla, perché il sistema di esclusione funzionava già benissimo da solo.
Insomma, leggere non era proibito, era semplicemente improbabile.
I monaci avevano i codici, i nobili i libri d’ore, i ricchi committenti i manoscritti miniati. Dentro quei libri potevano comparire santi, demoni, iniziali ornate e creature grottesche che facevano capolino dai margini.
Tutti gli altri avevano le chiese: affreschi, vetrate, portali scolpiti, capitelli, prediche.

La Bibbia, per la maggior parte di quelle persone, non era un libro da aprire, ma un mondo da guardare. E forse è proprio lì che il Medioevo diventa più interessante: non nel divieto, ma nella distanza tra chi poteva sfogliare una pagina e chi doveva alzare gli occhi verso un muro.

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