Ci lamentiamo dei social media in continuazione.
Facebook, Instagram, X, WhatsApp, ecc, sono diventati aggressivi, volgari, un’arena dove vince chi urla e insulta più forte. Lo diciamo con rassegnazione, come se fossero nati così e a noi, poveri iscritti, non restasse che subirli.
Peccato che i Social Media siamo anche noi, con le parole che scriviamo, ma soprattutto con quelle che scegliamo di non scrivere o nei commenti e che lasciamo correre, negli insulti o nelle invettive che decidiamo semplicemente di ignorare.
La libertà di dire tutto o nulla, ma in fretta …mi raccomando.
Non so se avete notato: online si è fatta strada una strana idea di libertà, tutto si può dire, purché in fretta.
Le risposte a un qualsiasi testo possono essere brevi o brevissime, spesso non dicono nulla, non si sbilanciano, si limitano a pochi termini come bello, bellissimo, una rosa, un’emoticon.
In quei rari casi in cui il testo ha davvero qualcosa da dire, scatta in alcuni una sorta di “follia” verbale, che trasforma una risposta in invettiva, in dissenso rabbioso, offesa, battuta volgare o peggio, umiliazione.
Nella vita reale riconosceremmo tutto questo e reagiremmo senza fatica; sui social, invece, non succede quasi mai. Nessuno interviene, nessuno cancella, nessuno si indigna o scrive quanto sia inopportuna.
E io che c’entro? Non m’impiccio!
La responsabilità, come sempre, non è mai nostra, ma degli amministratori, della piattaforma, dell’algoritmo che dovrebbe rimettere tutto in ordine mentre noi, allegramente, scrolliamo altrove.
Moderare i social network non significa censurarli
Un ambiente condiviso non si governa da solo, e le regole scritte servono a poco se nessuno ha voglia di applicarle. Puoi mettere in cima a una pagina un regolamento pieno di parole come rispetto e dialogo, ma diventa quasi ridicolo se poco più sotto passa qualunque forma di aggressione.
Moderare non significa censurare, anche se confondere le due cose è comodissimo.
Un parere, un commento, può essere anche durissimo e restare comunque un’idea: si può dire che un articolo è debole, che un testo è retorico o sopravvalutato; si può argomentare, contestare, persino litigare. Ma l’ingiuria non è mai un’argomentazione: è volgarità gratuita, e non acquista dignità solo perché qualcuno l’ha scritta e ha premuto Invio.
Rimuovere un intervento inacettabile, non è un bavaglio.
È cura del luogo, è rispetto per chi scrive, per chi partecipa e soprattutto per chi legge, che non ha chiesto di trovarsi davanti al deposito incontrollato delle frustrazioni altrui.
I social network più sani non sono quelli senza conflitto, ma quelli dove il conflitto ha ancora una forma riconoscibile.
Sui social, ciò che resta insegna.
Un comportamento offensivo lasciato lì, senza risposta né conseguenze, dice comunque qualcosa: si può fare.
Di solito basta questo. Se lo si può fare una volta senza conseguenze, lo si farà una seconda, e poi una terza. Qualcun altro vedrà quanto è elastico il limite e si spingerà un po’ più in là, tanto “è Internet”.
Quell’“è Internet” è un alibi formidabile: ci permette di accettare comportamenti che, faccia a faccia, giudicheremmo inaccettabili all’istante.
Se durante una riunione qualcuno cominciasse a insultare chi parla, prima o poi qualcuno gli chiederebbe di smettere. Sulle reti sociali succede spesso il contrario: intervenire sembra quasi più sconveniente dell’offesa stessa.
Il punto di prima.
Non possiamo pretendere social media civili se difendiamo la civiltà solo quando l’aggressione riguarda noi. La responsabilità collettiva comincia prima, nel momento in cui vediamo qualcosa che degrada una discussione e decidiamo se considerarlo normale oppure no.
Non serve trasformarsi in poliziotti, basta avere una soglia; basta sapere che esiste un punto oltre il quale una cosa non è più parere o critica, ironia o provocazione, ma semplice maleducazione.
E lì, dire no.
Le persone aggressive sono sempre esistite; la novità è quanto in fretta ci siamo abituati alla loro presenza, fino a confondere la tolleranza con l’indifferenza.
Poi ci guardiamo intorno, scopriamo luoghi virtuali pieni di rancore e ci chiediamo come abbiano fatto a diventare così.
Forse, molto più semplicemente, troppe volte abbiamo preferito guardare altrove.
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