Prima del nome
Parte I – Le origini e il nomadismo
I
Quando il tempo dormiva in grembo al cielo
e il mondo era avvolto in ombra muta,
la terra ascoltava, nel suo velo,
la voce del suo mare, ormai perduta.
II
Non Roma ancora sollevava i colli,
né il ferro aveva dato legge ai re;
passavano nel vento i passi molli,
seguendo un cenno che non sa di sé.
III
Era l’età del bronzo e del gran sole,
quando il giorno ardeva sul sentiero;
il vento disperdeva le parole
tra i boschi chiusi in silenzio austero.
IV
Là dove due golfi stringono la terra,
tra Squillace ed Eufemia, verso il mare,
viveva una stirpe ancora senza guerra,
che solo i campi intendeva curare.
V
Erano gli Enotri, figli della landa,
nati tra rupi ed erbe arse dal sole;
seguivan la corrente che rimanda
l’eco dei pascoli e le loro parole.
VI
Avevano la lancia, il fuoco, il passo,
le greggi dietro il cerchio della luce;
il cielo era una casa sopra il sasso,
la notte un lungo sentiero che conduce.
Parte II – Il re, l’aratro e la legge
VII
Valicavano i monti, lungo i fiumi,
cercando un suolo fertile e sicuro;
tra gli arbusti accendevano i loro lumi,
seguendo il corso dell’acqua e del futuro.
VIII
Ma dalla stirpe, nel mistero antico,
sorse Italo, il sovrano della terra;
non venne come un principe nemico,
ma con la voce che ferma la guerra.
IX
Guardò le gole, i monti e le colline,
le acque che correvano nel piano;
e vide in quelle zolle senza fine
un seme da coltivare col grano.
X
E disse alla sua gente, arsa dal vento:
«Fermate il passo, ascoltate la terra;
qui trovi pace il vostro movimento,
qui il pane vinca il tempo della guerra».
XI
Tacquero i passi. Si fermò il vagare.
La tenda cedette il posto alla dimora;
il fuoco apprese l’arte di restare,
custode della notte e dell’aurora.
XII
L’aratro scese nel silenzio oscuro,
aprendo nella zolla una ferita;
il chicco vi cadde, piccolo e puro,
e dalla terra ritornò la vita.
Parte III – Il nome e la storia
XIII
Italo diede misura al tempo errante,
pose una legge alla dispersa gente;
divenne il suolo un approdo costante,
e il cammino radice nella mente.
XIV
E il nome del sovrano passò tra i fuochi,
di bocca in bocca, lungo i monti e i fiumi;
restò nei tempi, nei canti e nei giochi,
come una luce sacra tra gli uomini.
XV
Furono detti Itali quei figli,
nati tra selve, colline e profondo mare;
il nome superò valli e girogli,
come un richiamo che non puoi fermare.
XVI
E Italia fu chiamata quella terra
che accolse il seme, il fuoco e il frumento;
la voce della stirpe senza guerra
divenne nome, memoria e fondamento.
XVII
Non nacque da un editto o dal potere,
né lo impose uno scettro alla contrada;
fu voce nata per un alto dovere,
prima che il ferro diventasse spada.
XVIII
Poi passò sopra i secoli e sui regni,
oltre i confini, oltre la loro gloria;
caddero i troni e sbiadirono i segni,
ma quel nome rimase nella storia.
Parte IV -L’istmo e l’eternità del nome
XIX
Poiché prima del fasto e degli imperi,
prima delle aquile e dei re sul trono,
vi furono le mani ed i sentieri,
e il primo nome offerto come dono.
XX
E ancora, quando il sole sui campi
si spegne lentamente e declina,
sembra che tornino, caldi come lampi,
gli antichi passi sulla riva vicina.
XXI
L’istmo si vela di porpora e d’oro,
i due golfi risplendono lontani;
e il mare raccoglie nel suo grande coro
le antiche voci dei primi umani.
XXII
La terra non parla: nel buio ricorda,
il vento non chiede ciò che passò;
ma un’eco remota, profonda e concorde,
ripete quel nome che il tempo serbò.
XXIII
Italia: qui la voce ebbe principio,
tra terra e mare, sotto questo cielo;
un nome nato come un sacro auspicio,
che il tempo non avvolgerà nel velo.
XXIV
Ascolta la voce che viene da allora,
dal tempo sepolto che la mente afferra:
prima del nome vi fu un’alba ancora,
prima della storia vi fu questa terra.
XXV
E ancora oggi, quando il mare tace
e l’istmo si accende nell’ultima sera,
se ascolti nel vento la voce capace,
sentirai quel nome tornare alla sfera.
Pino Conestabile 1978
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