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Vissero felici e contenti

Ma, vissero davvero tutti felici e contenti?

Siamo ossessionati dal lieto fine e non sappiamo che farcene delle storie rimaste aperte.
Ormai ogni esperienza ci scorre davanti nel tempo di un colpo di pollice, e ci siamo abituati talmente bene da pretendere il lieto fine come si pretende il caffè al bar. Basta aprire Instagram o TikTok: vite intere impacchettate in archi narrativi da trenta secondi, dove non c’è posto per le pause né per le cose lasciate a metà.

C’è il riscatto, possibilmente immediato, la sofferenza è ammessa solo se fa da trampolino a un successo ben visibile, e il traguardo non è più la fine di un percorso ma un bel contenuto da offrire all’approvazione altrui. Ne esce una società che il fallimento proprio non lo digerisce e che delle storie aperte (quelle che finiscono con una perdita, o semplicemente si fermano senza uno straccio di morale) non sa che farsene.

Sotto c’è un meccanismo psicologico ben documentato.

Quando ripensiamo a un’esperienza, a pesare di più sono il suo momento più intenso e il modo in cui è finita: è la regola del picco-fine (peak-end rule), studiata da Daniel Kahneman. Una bella vacanza chiusa da un ultimo giorno disastroso diventa, nel ricordo, una vacanza così così. Non stupisce che, davanti a un mondo caotico e senza garanzie, ci aggrappiamo a una conclusione netta: il lieto fine ci regala l’illusione del controllo e ci ripaga delle fatiche con quel risarcimento emotivo che la quotidianità tende a negarci.

Vogliamo che tutto finisca bene perché da qualche parte, prima o poi, dobbiamo pur incassare.

L’industria culturale lo sa da sempre, per decenni ha fatto cassa vendendoci catarsi sicura in formule prevedibili come un teorema, e adesso si accorge che il pubblico è stanco.
Il mercato è saturo di ottimismo a prezzo fisso, così cinema e serie d’autore hanno cominciato a smontare il “vissero felici e contenti” a colpi di finali ambigui, aperti, a volte dichiaratamente tragici.

È un bene, e anche un bene educativo accettare che una storia resti imperfetta è un esercizio di alfabetizzazione emotiva: il valore di un’esistenza non sta nella levigatezza dell’epilogo, ma nella capacità di stare dentro il limite, la perdita, l’incertezza.
Del resto nessuno ci ha mai raccontato cosa succede il giorno dopo il “vissero felici e contenti”, e c’è da sospettare che fosse il giorno delle bollette.

La maturità, narrativa e non solo, non consiste nel pretendere che ogni storia si aggiusti, ma nell’imparare a starci dentro, nelle crepe di un finale imperfetto.


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