Nega, nega tutto.
Non raccontargli che quando entra nella stanza
sento il peso del mare scendere sulle vertebre,
che mi si sposta il sangue,
e qualcosa di antico, sepolto sotto anni di pietra,
ricomincia a respirare.
Non dirgli che i suoi occhi hanno la temperatura del rame,
il tepore del pane spezzato dopo la fame,
e che certe volte basta il suo nome
perché la notte perda i denti.
Continua a vendergli la favola della mia scorza,
raccontagli di questa femmina selvatica e questa donna sicura,
cresciuta dove la terra si spacca per la sete,
con le ginocchia dure, la schiena senza inchini
e una bocca che ha imparato a mordersi
prima ancora di chiedere.
Digli che la mia solitudine è un cantiere di ferro,
che ci ho murato dentro ogni cedimento,
che conosco il mestiere delle partenze
e non ho mai pregato nessuno di restare.
Digli che ho la bocca fatta d’asfalto,
che sotto la lingua non cresce più niente
e che persino la tenerezza, se mi attraversa,
deve imparare a camminare scalza sui vetri.
Ma non raccontargli il disastro.
Non dirgli che mi basta immaginare le sue mani
per sentire cedere le fondamenta,
che questa carne, così ostinata a non appartenere,
riconosce in lui una resa
che non somiglia a nessuna sconfitta.
Non dirgli che lo desidero
con la fame delle cose rimaste troppo a lungo intatte,
che ci sono notti in cui il suo nome
mi sale dalla gola come una preghiera
e io lo ricaccio giù,
dove tengo sepolto tutto ciò
che potrebbe farmi inginocchiare.
Nega che brucio per le sue mani.
Nega che la mia notte è un’attesa senza rimedio.
Nega, nega persino che, qualche volta,
questa donna fatta di cortecce e di calce
vorrebbe soltanto posare la fronte sul suo petto
e dimenticare, per una notte intera,
il faticoso mestiere di essere invincibile.
Che è la mia sola patria,
glielo dirò io.
Ma con la mia voce,
quando l’armatura sarà caduta nel fango
e non ci sarà più niente da difendere.
© 2026 Alma Gjini – Tutti i diritti riservati.
![]()


