Succede che in redazione ti arrivi una poesia.
Bella, malinconica, ossessiva.
Parla di dimenticanza, di tempo, di sguardi.
Tu la leggi, la rileggi, la accogli.
Ti immagini un ragazzo: timido, profondo, forse un po’ perso. 🙄
Poi lui dice di chiamarsi “Opra“.
Sorridi. Opra? Opra come Winfrey? Come un anagramma di “apro”?
Va bene, ci piace il mistero.
Ma qualcosa stona.
Troppa coerenza, troppa costruzione.
Forse non è un ragazzo. Forse è un genietto in erba o un vecchio poeta burlone .
Oppure è un algoritmo?.
O forse è solo uno che si diverte a vedere se ci caschi.
E io ci sono quasi cascata.
Quasi. 😀
Allora mi fermo.
Non mi arrabbio. Non infierisco.
Faccio quello che so fare meglio: scrivo.
Scrivo il giorno in cui sono stata “quasi” presa in giro da un “Opra” evanescente
E lo trasformo in scena.
Perché io, le beffe, le riciclo.
Le metto in cornice.
Le rendo mie.
La poesia sparisce, il mistero resta.
E in fondo, ogni poeta evanescente serve a ricordarti perché ami ancora leggere: per cercare chi c’è, anche quando non si vede.
Nota della redazione
Eventuali coincidenze con utenti reali, fittizi o algoritmici sono da attribuire a un errore del sistema.
Io, sto ancora cercando l’aggiornamento che corregge l’ironia.



One Comment
Cristina
hahahaahahahahah, 6 peggio di me!