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Giacomo Leopardi: altro che poeta triste

giacomo leopardi immagine

Il poeta che tutti immaginano gobbo, casto, triste e immobile.

Quando si parla di Leopardi, la gente pensa subito a un ragazzo chiuso in biblioteca, che sospira guardando la luna e non ha mai visto una donna da vicino in vita sua. Una specie di santo patrono della malinconia: gobba, libri, latino e infelicità.

E invece no.
Te lo racconto io come si deve: con calma, con ironia e con la consapevolezza che Leopardi non è mai stato davvero il personaggio che la scuola ci ha venduto.
Nato a Recanati nel 1798, famiglia nobile, padre rigido, madre glaciale, studi compulsivi, salute fragile, biblioteca enorme. Fin qui, la brochure.
Il nodo vero è un altro: Leopardi non era un uomo privo di desiderio. Era affamato di vita, di contatto, di relazione, di qualcuno che lo guardasse come un uomo e non come un fenomeno da museo.

Leopardi non soffriva per mancanza di eros, ma per mancanza di reciprocità. Che è molto peggio. Le donne della sua vita non furono amori consumati, ma ossessioni, proiezioni, ferite.

Gertrude Cassi Lazzari fu il primo risveglio, gentile, colta, qualcosa che si muove dentro.

Poi arrivò Fanny Targioni Tozzetti: bella, brillante, e innamorata dell’amico di Leopardi, tale Pietro Brignole. Una cotta devastante, come capita solo a chi ama con tutto il cervello prima ancora che col corpo.

Di Fanny, nei “Canti”, resta Aspasia, non una donna, ma un mito costruito sulla sua rovina, il desiderio che si fa personaggio per poter sopravvivere alla delusione.

E poi, negli ultimi anni a Napoli, una ragazza intravista per strada: uno sguardo, un lampo, un improvviso ritorno del desiderio in un corpo che sembrava aver già rinunciato a tutto.

Leopardi non era un santo ma un uomo che desiderava con una violenza interiore che la sua epoca non sapeva nemmeno nominare.
Il vero punto è questo: Giacomo era sensuale nella mente. Guardava, immaginava, idealizzava, desiderava, soffriva. E trasformava tutto in poesia.
Il suo eros non era fisico nel senso comune del termine, ma mentale, emotivo, visionario. Ed è forse proprio questo che continua a renderlo così vicino a noi.

E poi diciamolo: davvero pensiamo che le donne dell’Ottocento vedessero in lui soltanto la gobba, il mento aguzzo e il pallore spettrale?
Leopardi era un uomo coltissimo, ironico, lucidissimo, capace di conversazioni che probabilmente lasciavano il segno. Non era il fantasma impolverato che ci ha consegnato la scuola.
Il suo corpo poteva colpire, certo, ma una persona non è mai soltanto il proprio difetto fisico.

Spesso – e per fortuna – le intelligenze più vive producono un fascino che passa da altre strade: la voce, lo sguardo, il modo di pensare, la sensibilità.
Forse il vero dramma di Giacomo non fu il sentirsi “mostruoso”, ma desiderare un amore assoluto in un mondo che assoluto non è mai.
Forse non guardava la luna per fuggire dal mondo, la guardava perché sperava ancora che qualcuno, da qualche parte, stesse guardando lui.

Alla luna
O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

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